Natura et Ratio

lunedì, maggio 05, 2008

Elogio delle curve

Ricevo da un amico e volentieri pubblico questo breve ma intenso elogio alla lentezza, alla solidarietà, alla natura.


Mi piacciono le curve, e mi piacciono le salite, i dossi.
Mi piacciono le curve. Quando la strada è nervosa e ti fa girare il volante di qua e di là.
Mi piacciono perchémi fanno rallentare, perchè posso osservare ciò che mi circonda, perché è più difficile guardare l’ora. Possoguardare in basso, posso guardare in alto. Posso vedere il paesaggio cambiare dopo la sterzata, cambiare leombre, perfino i profumi della natura. Anche il colore del cielo cambia, se hai il sole in faccia o alle spalle, sec’è vento oppure no.
In genere dove ci sono le curve, anche il paesaggio è più bello, meno monotono, più particolare. Vuoi metterei rumori che si sentono qui, con quelli della costa. Vado più piano anche perché la bellezza distrae, e io citengo alla pelle. Pure le soste sono più belle, in cima a un monte, piuttosto che sulla piazzola di sosta dellasuperstrada.
Le curve sono anche protettive. Penso ai paesini arroccati che ci vuole tempo per arrivarci, che si distinguonodalle città perché puoi ascoltare il rumore dei torrenti. Quelli che devi faticare per raggiungerli, che timeravigliano quando appaiono all’improvviso, inaspettati, dietro a una curva. Con i minisindaci che silamentano per la viabilità. Neanche loro vogliono più difendere l’Appennino, nemmeno l’appartenerci, è unascocciatura. Non vogliono più ricordare di essere figli di contadini, o di pastori. Loro vogliono la superstradaverso la pianura, vogliono essere pianura. Per farne capannoni, lotti per appartamenti, o ben che vada terreniper monocolture. Vogliono essere scavalcati, non cavalcati. Allora sì che saranno cancellati dalla velocità, cheperderanno la sola ricchezza, l’unicità.
Penso al silenzio, o alle storie tramandate, al gusto del cibo e dei prodotti della terra, alla lingua: la stradadifficile in qualche modo li protegge, li preserva. Perfino i cartelli d’ingresso sono più belli, se non affiancatida quelli commerciali, delle zone artigianali, della pubblicità.
Mi viene da credere che anche i nomi dei postitra le curve siano più belli di quelli laggiù della pianura. La strada veloce, cari sindaci, serve però soprattuttoper scappare via, per dimenticare le radici. Dell’Italia, è rimasta solo quel poco di Italia minore, l’altra non èpiù Italia.Oggi abbiamo invece paura del silenzio, della solitudine, della diversità.
Non riusciamo più a fare lentamenteuna qualsiasi azione. Ci affolliamo tutti negli stessi luoghi, e malediciamo le curve delle rotatorie, le ramped’accesso alle autostrade, gli svincoli che ti portano nei centri commerciali, perché ci fanno perdere tempo. Intutte queste strade artificiali teniamo chiusi i finestrini per non sentire le voci, gli odori, le temperature dellestagioni. Andiamo più veloci, facciamo le cose più in fretta, ma abbiamo sempre meno tempo. C’è qualcosa che matematicamente non torna, in questo.Le curve danno il senso del tempo, ne segnano il ritmo in un modo più umano, più naturale. Ci si può ancheperdere, ma aiutano a resistere al vuoto del nuovo.
Ricordano la ciclicità, insegnano a rispettare e a temere lanatura. La natura stessa che è fatta di curve: i monti, i fiumi, le nubi, fino ai fili d’erba o alle scie dellelumache. Giusto le gocce della pioggia quando cade, che poi comunque va a gettarsi in pozzanghere rotonde.
Le curve scrivono per terra la nostra storia.