Natura et Ratio

domenica, febbraio 15, 2026

Attenti al lupo! O attenti all'uomo?

Ancora sul lupo

[di David Fiacchini, 15.02.2026]

Nell’ambito di ricerche e progetti che hanno visto coinvolti sia zoologi che allevatori e “semplici” cittadini, sono stati raccolti dati e informazioni molto utili per conoscere più da vicino il lupo e per capire quali comportamenti e quali strategie occorre mettere in campo per una serena coesistenza.

Prendendo spunto da questi lavori ho pensato di “condensare” qui alcune delle principali domande (anche quelle più spinose) con brevi risposte, sperando siano di una qualche utilità visto il pessimo "clima" che si respira in queste ultime settimane.



Chi è il lupo e qual è il suo ruolo? 

Canis lupus italicus è un mammifero “cugino”, tra gli altri, di volpe, sciacallo e cane domestico. Di altezza compresa tra 50 e 70 cm, può raggiungere i 40 kg di peso per una lunghezza di circa 110 cm. Si adatta a molti ambienti diversi, dai boschi di montagna alle aree coltivate collinari e di pianura: occupano in maniera esclusiva un territorio (esteso circa 100-200 kmq), nel quale non tollerano la presenza di lupi estranei alla propria “famiglia” (la coppia riproduttiva e i loro figli). 

I giovani di due anni di età solitamente lasciano il branco alla ricerca di un nuovo territorio per formare una loro famiglia, compiendo spostamenti anche di diverse decine di km. 

È un predatore al vertice della catena alimentare: preda principalmente ungulati selvatici come cinghiali e caprioli, prediligendo gli esemplari più deboli. Contribuisce così a regolarne le popolazioni, selezionando gli animali più forti, e ad influenzare i comportamenti e l’uso dell’ambiente delle specie selvatiche, riducendo così in diversi casi l’impatto degli erbivori sul bosco e sulle colture agricole. 

Dove vive nel nostro Paese e cosa mangia?

Molto vicino all’estinzione (alla fine degli anni ‘70 del ‘900 si stimavano soltanto un centinaio di esemplari in alcune remote aree dell’Appennino Centrale), oggi il lupo ha riconquistato con numeri confortanti una parte del territorio dove ha da sempre vissuto.

La grande adattabilità di questo predatore e la protezione rigorosa accordatagli anche in Italia da oltre 40 anni ha favorito il processo di dispersione fino agli attuali 3000-3600 esemplari circa, con mortalità che resta comunque molto alta (tra bracconaggio, investimenti e cause naturali).

E’ appena il caso di sottolineare come in Italia (e in tutta Europa) non sia mai stata effettuata alcuna reintroduzione.

Quanti lupi ci possono essere dalle mie parti?

Non è facile rispondere a questa domanda fornendo numeri precisi: mancano monitoraggi e dati fondamentali per gran parte del territorio italiano.

Ad ogni modo, una volta che una famiglia di lupi si stabilisce in una zona costituisce un nucleo formato dai genitori e dai loro cuccioli. In media il branco è di 5-6 individui che occupano e difendono un territorio che, specialmente se in zone prive di aree boscate e zone incolte, si estende anche oltre i 150-200 kmq (NB: 200 kmq sono 20.000 ettari, che equivalgono ad almeno altrettanti campi da calcio, per far capire di quali cifre stiamo trattando).

Il branco difende il territorio evitando che altri lupi possano introdursi. La popolazione di lupo cresce con la formazione di nuovi branchi in territori non occupati da altri, ma a livello locale è sempre e solo presente (se la capacità portante lo consente) uno e un solo branco e il numero di individui è stabile.

È pericoloso per l’uomo? 

Attivo prevalentemente tra il tramonto e l’alba, il lupo tende a fuggire alla presenza dell’uomo, dato che rappresentiamo una possibile minaccia. 

Da oltre un secolo nel nostro Paese non si registrano casi di attacchi letali verso le persone, tuttavia questo canide, come molti altri animali selvatici e domestici, resta potenzialmente pericoloso per la nostra sicurezza in alcuni casi limite: ad esempio interazioni con persone imprudenti o ignoranti che direttamente o indirettamente forniscono cibo (rifiuti organici, crocchette, ecc.), si avvicinano per una foto, non custodiscono in maniera adeguata il proprio cane. 

Particolare attenzione va riservata anche da parte degli operatori zootecnici nello smaltimento di carcasse o altri rifiuti organici, che devono essere disposti in luoghi inaccessibili al lupo. Lasciando ad un lupo la possibilità di alimentarsi costantemente con cibo di origine umana si modificherà la sua ecologia naturale: il lupo ridurrà la predazione su animali selvatici, com’è nella sua natura, e si alimenterà principalmente di cibo “facile” proveniente dall’uomo. L’avvicinamento del lupo nei pressi di centri abitati ed aziende potrebbe favorire il rischio di predazioni sugli animali da compagnia come cani e gatti; inoltre questi eventi, se prolungati nel tempo, potrebbero causare l’abituazione dei lupi alla presenza umana con potenziali rischi anche per la sicurezza.

La conoscenza, anche in questo caso, ci salva sempre: imparare a relazionarsi al mondo naturale con responsabilità e consapevolezza rimane il modo migliore per coesistere sullo stesso territorio nel rispetto di tutti.

Come mi devo comportare in caso di incontro?

Il paradosso è che ci sono ricercatori che, nonostante settimane di monitoraggi, non sono mai riusciti a vedere il lupo a distanze ravvicinate (meno di 200-300 metri).  

Incontrare un lupo mentre siamo a fare una passeggiata è un evento raro, poiché, grazie ad olfatto e udito molto sviluppati, può percepire la nostra presenza a grande distanza, decidendo solitamente di allontanarsi da noi.

Come ricordano gli esperti << … in caso di un incontro inaspettato l’atteggiamento consigliato è quello di non avvicinarsi, di non correre e di non mostrare atteggiamenti minacciosi. Nel caso si trovasse un lupo o un qualsiasi altro animale selvatico in difficoltà, sarà necessario chiamare il numero unico per le emergenze 112 o il 1515, rimanere distanti e non tentare alcun tipo di intervento. Lo stesso va fatto nel caso si ritrovi un esemplare senza vita …>>.

È vero che ci sono lupi che non hanno paura dell’uomo?

Come già ricordato il lupo teme l’uomo e se ne tiene alla larga: questa diffidenza è innata nella specie e viene tramandata dagli adulti ai cuccioli. Raramente possono verificarsi episodi in cui questi animali si avvicinano anche a pochi metri dall’uomo, senza mostrare – in apparenza – alcun timore: la causa principale di questi comportamenti è spesso determinata dalla disponibilità di fonti alimentari come cibo e scarti, tanto che l’uomo viene identificato come un possibile fornitore di risorse alimentari.

I singoli lupi hanno inoltre personalità diverse, quindi anche l’indole individuale può contribuire allo sviluppo di comportamenti meno timorosi nei confronti delle persone. Un esemplare che è fortemente abituato agli esseri umani, non ne ha paura e si avvicina direttamente e in modo ripetuto alle persone a piedi a una distanza inferiore ai 30 metri viene definito “confidente”

È pericoloso per il mio cane e quali attenzioni devo adottare? 

Quando i cani vengono gestiti in maniera corretta e sono sotto il controllo del proprietario non corrono rischi nelle aree di presenza del lupo.

È però importante specificare che il cane può essere visto dal lupo sia come un rivale, che potrebbe sottrarre preziose risorse, sia, occasionalmente, come una preda, dando origine a situazioni di conflitto. La quasi totalità degli incidenti accade a cani incustoditi e fuori dal controllo del padrone, per questo, allo scopo di minimizzare ogni rischio, è importante gestire correttamente il proprio cane, portarlo al guinzaglio e custodirlo in sicurezza, soprattutto durante le ore crepuscolari e notturne.

Se lo vedo vicino alle case mi devo preoccupare? 

Se escludiamo le cime dell’Appennino, abitiamo in luoghi dove la presenza di nuclei abitati e di case sparse è capillare.

I lupi possono coprire lunghe distanze e i loro territori sono molto ampi, includendo talvolta anche aree abitate o infrastrutture. Per questo non deve stupirci in alcun modo il passaggio di lupi nei pressi delle abitazioni, specie durante le ore notturne o alle prime luci del giorno, quando la maggior parte di noi dorme e la presenza umana è ridotta al minimo. 

Del resto nottetempo anche altri animali selvatici come caprioli, cinghiali, volpi possono avvicinarsi alle case e talvolta possono venire predati dai lupi. Questo fenomeno, anche se dal forte impatto emotivo, è del tutto naturale e rientra appieno nella normalità dei comportamenti di questa specie.

Perché si vedono sempre più spesso anche in prossimità di città?

Accade soprattutto in inverno e specialmente se si tratta di paesi a confine con zone boscate o di ambiti di fondovalle. La maggiore presenza di prede naturali ha aiutato la "discesa a valle" di alcuni esemplari errabondi di lupo, alla ricerca di nuovi territori: ovviamente i lupi cercano di evitare contatti con l’uomo, ma il territorio – dalla bassa collina alla costa – è altamente antropizzato quindi è impossibile per loro evitare la civiltà. 

È più frequente che gli avvicinamenti avvengano di notte, adattamento della specie per minimizzare i contatti con l’uomo, ma non si escludono anche di giorno. Con il formarsi di nuovi branchi in collina e in pianura il numero di avvistamenti aumenta, non perché i lupi sono diversi e hanno comportamenti anomali, ma perché le occasioni di attraversare strade e ambienti urbanizzati è più elevata.

Come posso proteggere gli animali d’allevamento? 

Il lupo è un predatore opportunista: quando una risorsa alimentare è di facile accesso e priva di custodia o protezione, può cibarsi di animali d’allevamento come pecore, capre, giovani bovini, cavalli, asini.

Per tenere il lupo lontano dai propri animali d’allevamento è necessario mettere in atto più stratagemmi difensivi o preventivi: recinzioni, stabulazione notturna, “cani da guardianía” rappresentano ad oggi il miglior modo per proteggere il bestiame e minimizzare il rischio di perdite.

L’installazione e la manutenzione di questi mezzi richiede notevoli costi e sforzi aggiuntivi, ma molte Amministrazioni locali oltre a risarcire gli allevatori per i capi predati dal lupo, prevedono supporti economici e consulenza specifica per l’adozione di misure preventive.

Chi sono i lupi ibridi?

Lupo e cane possono accoppiarsi e produrre prole fertile: questo fenomeno di “ibridazione” costituisce una minaccia per il patrimonio genetico del lupo selvatico, perché introduce all’interno del suo DNA geni appartenenti al cane che potrebbero risultare poco idonei, come la perdita di strategie di adattamento sviluppate nel corso dell’evoluzione.

Tra le principali cause dell’ibridazione rientrano una cattiva gestione dei cani e il bracconaggio, che destruttura le unità familiari e aumenta la probabilità di accoppiamento con cani eventualmente presenti in zona. Il tasso di ibridazione del lupo è maggiore nell’Italia peninsulare rispetto alle Alpi, dove è quasi nullo, principalmente a causa di una differente gestione dei cani di proprietà oltre che di quelli randagi/vaganti. Un lupo “ibrido”, nato e cresciuto in natura, non è più “confidente” verso l’uomo di un lupo “puro”, poiché i comportamenti di questi animali sono principalmente appresi dagli adulti del branco e dalle esperienze vissute da ogni singolo individuo.

Chi posso chiamare per avere informazioni e consigli? 

I Carabinieri Forestali (1515), la Polizia Provinciale, gli zoologi esperti in grandi mammiferi che sono in forza a Musei e Università del territorio, le Associazioni naturalistiche e i Centri di Recupero della Fauna Selvatica (CRAS).

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Per saperne di più vi consiglio di leggere le faq del sito “Centro Grandi Carnivori” e/o di scaricare questo validissimo vademecum, da cui ho preso spunto per questa nota 

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domenica, febbraio 11, 2024

Alla ricerca della speranza, con un bagaglio di dubbi.

Non riesco più a tenere il conto delle situazioni di guerra e di violenza nel mondo d'oggi: mi piange il cuore nel vedere o nel sentire che, tra i tanti, anche i più innocenti (bambini e bambine) perdono la vita per soprusi, ingiustizie, bombe, missili...

Quando riusciremo a spostare il timone di questa nave chiamate Terra in direzione della salvezza? Quando vivremo in Pace, in un solo "stato"? Domande, come tante altre, che Bob Dylan affiderebbe al vento con la speranza che, prima o poi, le risposte possano arrivare.

[immagine tratta dalla notizia riportata dall'Agenzia di stampa ANSA qui]

#Gaza #Palestina #Israele #guerra #profughi #disperazione #speranza #bambini  


<<... Governo e parlamento non abbiamo e ragione

Ragione o sentimento non conosciamo

E quando capita ci arrangiamo

E ci arrangiamo 

Con documenti di seconda mano... >>

[testo di F. De Gregori, "Natale di seconda mano"]


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Road ecology: questa sconosciuta (...almeno in Italia)!

Un inverno anomalo e con le prime piogge febbraiuole, dopo diverse settimane siccitose, molti Anfibi anche nelle Marche hanno iniziato a muoversi - con largo anticipo (quasi un mese rispetto alla media) - per raggiungere i siti riproduttivi.

Segnalazioni di rospi e rane in migrazione un po' un tutte le province marchigiane, specialmente nei settori collinari e planziali: insomma... occhio al #rospo: se ne contano sempre di meno, purtroppo, e stiamo rischiando di perdere i nostri alleati più preziosi nella lotta alle specie "moleste" in agricoltura, ma anche per controllo di insetti di rilevanza sanitaria (come le famigerate zanzare vettrici di virus abbastanza pericolosi, tra West Nile Fever e Chikungunya).
Sulle migrazioni degli Anfibi avevo scritto in diverse occasioni, come qui
( https://junior.cronachemaceratesi.it/2017/02/25/piove-occhio-al-rospo/14129/ )
E, più in generale (parlando di "road ecology"), anche qui:
( https://davidfiacchini.webnode.it/news/stragi-silenziose/ )
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Passano gli anni ma le amministrazione pubbliche e i vari funzionari sembrano fregarsene della fauna (...e degli incidenti stradali): quando si interviene nel ripristino di strade extraurbane e superstrade, mettere in conto piccoli interventi di road ecology non incide più di tanto nei costi finali. Anzi, si risparmia sui costi ambientali e naturalistici!

#cultura #culturanaturalistica #roadecology #migrazioni #fauna #animali #anfibi #migrazioniriproduttive #stragi #stragisilenziose #strade #infrastruttureviarie #infrastrutture #politica #pianificazione #gestione #territorio #infrastrutture #zoologia #scienzenaturali #ecologia #ecologiaapplicata #progettazione #interventinaturalistici

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venerdì, settembre 22, 2023

La pandemia silenziosa dell'inquinamento atmosferico

Le notizie che dovrebbero circolare ogni giorno, interessare i cittadini e - soprattutto - mettere in moto i neuroni di chi governa (a qualsiasi livello) con provvedimenti a cascata.


La pandemia silenziosa da "air pollution" miete qualcosa come 400.000 morti (premature) ogni anno in Europa: vi sembra poco perdere, nella sola Italia, 70.000 persone ogni anno? 191 morti al giorno, quasi 8 all'ora... Per cosa? Per le emissioni inquinanti di veicoli a benzina, gasolio, metano e gpl, per gli impianti di riscaldamento alimentati da combustibili fossili, per le emissioni industriali. Insomma, per il "benessere". Cioè, per quello che viene spacciato per benessere, PIL e crescita.
Informazione, prevenzione, regolamenti edilizi seri e applicabili (edifici passivi), norme fiscali a vantaggio di chi lavora producendo zero emissioni (o si avvicina a quell'obiettivo), tecnologie "carbon neutral", ... insomma, di provvedimenti da adottare ce ne sarebbero a bizzeffe.
Ma guardate la cartina e, in particolare, il colore "nero" della Pianura Padana. Sono decenni che siamo a conoscenza del problema: domeniche senz'auto, targhe alterne, chiusura dei centri abitati al traffico sono solo paraventi che servono a poco o a nulla.
Bisogna cambiare decisamente rotta, il ché non significa meno benessere o "crescita negativa".
Non c'è alternativa. E non c'è futuro (per nessuno, eh!).
#aria #inquinamento #salute #pollution #Italia #Italy #Europe #air #WHO #health #future #futuro #sostenibilità #stopfossilfuels #energierinnovabili #azioni #agireora #politica
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Fonti e approfondimenti
- Immagine:
 
- Dati mortalità: Ministero Salute (2021) e articolo su "Wired" del 4.12.2022

- Tecnologie Carbon neutral

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giovedì, settembre 07, 2023

Il folletto dei fiumi: rivedremo mai la Lontra eurasiatica nei Sibillini?

 “Con la luna piena e luminosa le lontre andavano a cacciare il pesce nella Gora del Tunnel. I cuccioli avevano due mesi ed avevano imparato ad infilarsi nell’apertura interna della tana e correre lungo la radice, per ruzzare sulla riva erbosa. Una notte, mentre stavano baruffando attorno alla base di un frassino, udirono il fischio della madre. Il grido non era acuto come il richiamo del maschio alla compagna, ma simile a dita umide sfregate su una lastra di vetro. Immediatamente, Tarka smise di mordere la coda della sorella più piccola, e la terza cessò di rodergli il collo. In tutta fretta scivolarono sulla radice ed entrarono nella tana. La femmina li stava aspettando con una trota in bocca

(brano tratto da “Tarka la Lontra”, di Henry Williamson)

Animale elusivo, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere dal vivo in natura, la Lontra eurasiatica (Lutra lutra) abitava anche nella nostra regione, le Marche, fino agli anni ’70 del secolo scorso. Ne avevo accennato in questo articolo: gli ultimi esemplari di questo bellissimo ed agile folletto nei Sibillini sono stati sterminati, lungo il Tenna, tra il 1960 e il 1970. Già l’indimenticato prof. Bernardino Ragni, insigne zoologo umbro, nel 1975 ricordava che << … era data per frequente in tutta la valle del Tenna (Gola dell’Infernaccio), da Capo Tenna ad Amandola; in un sol giorno e nello stesso posto, nei pressi di Montefortino Ignazio Rossi Brunori uccideva ben 7 lontre, probabilmente un gruppo familiare… >>. Considerato che una famiglia occupa, come territorio, anche decine di chilometri di un piccolo fiume, è verosimile che quel giorno la popolazione di lontre dell’alto Tenna ebbe il colpo di grazia ad opera di un cacciatore di Montefortino.


La scomparsa di questo predatore è stato un fatto gravissimo dal punto di vista scientifico e conservazionistico, oltre che ecologico, ma – come scriveva nel 1992 il prof. Massimo Pandolfi, zoologo pesarese anch’egli recentemente scomparso – “fino a quando si manterranno le attuali condizioni culturali e di habitat degli ambienti umidi regionali non è possibile neppure pensare ad una sua reintroduzione”. Cultura (naturalistica) e habitat (da ripristinare): le due chiavi di volta per “sognare” un ritorno della specie anche nella nostra regione!

In Italia la Lontra, tra le specie più minacciata della fauna del nostro Paese, è oggi ancora presente lungo corsi d’acqua non inquinati che presentano estesi boschi ripariali: si tratta, ad ogni modo, della popolazione tra le più piccole ed isolate d'Europa, con gruppi familiari di pochi individui. La ritroviamo in Basilicata, Campania, Calabria, Puglia e, in particolare, nei fiumi Picentino, Calore lucano, Sele, Tanagro, Calore irpino, Ofanto, Alento, Mingardo, Bussento, Bradano, Basento, Cavone, Agri, Sinni, Noce, Lao e fiumara di Atella. È presente pure in Abruzzo e in Molise (bacino del Sangro e alto bacino del Volturno), in alcune stazioni isolate del Lazio (fiume Garigliano). Nel Nord Italia, se si esclude il progetto di reintroduzione nel Parco del Ticino, la presenza è limitata ad alcune aree di risorgiva del Friuli-Venezia Giulia e in Alto Adige, lungo il Drava (e affluenti), questi ultimi nuclei provenienti verosimilmente dai vicini bacini austriaci; ci sono, infine, recenti segnalazioni per il Parc National du Mercantour francese e questo fa ben sperare per i vicini bacini piemontesi e liguri dove la specie era presente fino al secolo scorso.

Mammifero mustelide con abitudini acquatiche, il suo habitat ideale è quello dei biotopi dulciacquicoli di pianura e di montagna, come laghi, stagni, torrenti, fiumi, lagune, fino a circa 1500 m di quota, confermandosi predatore formidabile di pesci e macro-invertebrati d’acqua dolce. Ed è proprio per questa sua abilità che è entrata in competizione con l’essere umano, per cui negli ultimi 150-200 anni la convivenza con Homo sapiens non è stata per nulla facile (basti pensare che fino agli anni ’50-’60 del secolo scorso alcuni pescatori offrivano una ricompensa in denaro a chi dimostrava di aver ucciso una o più lontre); aggiungiamo anche il fatto che, soprattutto durante il XX° secolo, questo animale era oggetto di caccia anche per la sua pelliccia… e il quadro, abbastanza negativo, si completa.

Un individuo adulto può raggiungere anche i 120 cm di lunghezza, compresa la coda lunga e affusolata, per un peso che varia dai 6 ai 15 kg. Presenta adattamenti idonei alla vita subacquea, frutto di millenni di selezione naturale: testa appiattita, con orecchie molto piccole e arrotondate, occhi provvisti di un particolare meccanismo di accomodamento del cristallino (che le permette di vedere bene anche in immersione), zampe corte con piedi palmati, folta pelliccia con “peli di guardia” che proteggono un sottopelo fitto e morbido (accorgimento che permette di trattenere uno strato d'aria isolante intorno al corpo anche rimanendo in acqua per molto tempo).

Generalmente le femmine partoriscono da 2 a 4 cuccioli che divengono autosufficienti verso i 6-9 mesi, completando lo sviluppo attorno ai 2 anni. Gli esemplari adulti vivono isolati o in piccoli gruppi familiari, tuttavia le femmine mantengono la prole per molto tempo. La durata della vita media oscilla tra i 13 e i 15 anni. 

La Lontra è un animale che ama dedicare molto tempo al “gioco”: gli etologi descrivono scene ripetute di rotolamenti sulle rive fangose, a volte utilizzando tronchi quali scivoli improvvisati, e “gare” di tuffi; è stata anche osservata prendere sassi e gettarli in acqua, per poi “correre” a ripescarli.

Le principali minacce per la specie sono l’inquinamento delle acque, il depauperamento della fauna ittica (mancanza di biomassa), la cementificazione e la rettificazione degli argini, la riduzione dei boschi lungo le sponde dei corsi d’acqua, le collisioni con gli autoveicoli e le uccisioni illegali dovute anche al conflitto con la pesca e l’allevamento ittico (cfr. Panzacchi et al., 2010).

Dal punto di vista normativo Lutra lutra è protetta dalla Convenzione di Berna del 1979 (Appendice II), dalla Direttiva “Habitat” 92/43/CEE (Appendici II e IV) ed è inclusa nell’Appendice I della CITES. In Italia è legalmente protetta dal 1977.

Per quel che riguarda il rischio di estinzione su scala globale e nazionale, viene indicata come “quasi minacciata” (NT - Near Threatened) nella “Red List” della IUCN, mentre nella “Lista Rossa” dei vertebrati italiani” la specie è considerata “in pericolo” (En – Endangered). 

Secondo gli specialisti che si occupano da tempo della tutela della lontra, per assicurare una concreta protezione delle residue popolazioni occorre mantenere e migliorare la qualità dell’ ambiente attraverso la conservazione (o il ripristino) della vegetazione ripariale, la rinaturalizzazione delle opere di arginatura artificiale dei corsi d’acqua, la regolamentazione dell’ attività estrattiva dal greto e dalle rive dei fiumi, il controllo dell’inquinamento delle acque, il ripristino qualitativo e quantitativo dei popolamenti ittici per garantire una soddisfacente disponibilità alimentare per la specie (e per evitare conflitti con i pescatori), la tutela delle vie di dispersione degli individui tra i bacini idrografici. C’è da considerare, infine, che una decina di anni fa la popolazione complessiva di lontre in Italia veniva stimata in circa 300 – 600 esemplari, con timidi segnali di espansione geografica: mettere in atto gli interventi di cui sopra non sarà facile, ma il compito più arduo sarà quello di investire in cultura naturalistica per essere “pronti” a garantire un futuro a questa e ad altre specie simbolo.

Oggi i tempi sono cambiati, l’habitat della lontra anche. Resta sempre un filo di speranza e le domande aperte che molti, specialisti e non, si pongono sono essenzialmente queste: potrebbe questo mustelide tornare ad immergersi nelle acque dei nostri ruscelli? E come fare per ridurre gli eventuali “conflitti” con i pescatori della zona? Come integrare il ritorno della lontra con il progetto Life Plus “Trota”, che ha visto l’Ente Parco nazionale dei Sibillini tra i soggetti capofila per recuperare e conservare il ceppo autoctono di Trota mediterranea (Salmo trutta macrostigma), una delle prede preferite da questo carnivoro?

Prima di pensare ad eventuali risposte, proviamo solo ad immaginare cosa potrebbe significare fare un’escursione nelle Gole dell’Infernaccio o in quelle del Fiastrone e trovarsi di fronte, come un folletto, questo agilissimo mustelide.

Sognare, a volte, non può che far bene.


Principali fonti consultate (utili anche come spunti di lettura per approfondire il tema):

Ottaviani, D., Panzacchi, M., Jona Lasinio, G., Genovesi, P., Boitani, L., Lasinio, G.J. & Jonalasinio, G. (2009) Modelling semi-aquatic vertebrates’ distribution at the drainage basin scale: The case of the otter Lutra lutra in Italy. Ecological Modelling: 220, 111–121

Panzacchi M., Genovesi P. & Loy A., 2010. Piano d’azione nazionale per la conservazione della Lontra (Lutra lutra). Ministero dell’Ambiente, ISPRA, pp. 211

Pandolfi M., 1992. Fauna nelle Marche. Mammiferi e uccelli. Regione Marche, Il Lavoro Editoriale, pp. 144.

Williamson H., 1989. Tarka la lontra. Edizioni F. Muzzio, pp. 199

Sito web “Lontra Italia – Italian otter network”, consultato il 4/8/2023: https://lontraitalia.com/ 

Sito web “Piemonte Parchi”, consultato il 4/8/2023: http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/natura/item/3603-evviva-la-lontra-regina-del-fiume 

Siti web https://www.iucn.it  e  https://www.iucnredlist.org/ 

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L'immagine a corredo di questo articolo è stata scattata dall’autore presso il Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, Parco Nazionale del Gran Paradiso, estate 2022.


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C'è chi va e c'è chi viene: ultimi arrivi (e... prossime dipartite) per la fauna dei Sibillini

Le componenti biotiche di un ecosistema sono soggette a variazioni fisiologiche nel tempo e nello spazio: si tratta di una dinamicità naturale che segue la “legge” dell’evoluzione di darwiniana memoria, tra ambiente fisico in continuo mutamento (modificazioni del clima, terremoti ed eruzioni vulcaniche, ecc.) e competizione intra/interspecifica, che porta a nuovi equilibri dinamici con una anche sostanziale variazione della lista delle specie di flora e fauna di un determinato ambiente.

Ovviamente negli ultimi secoli la presenza sempre più diffusa dell’uomo, anche in zone remote o difficili da raggiungere e da abitare, ha velocizzato certi meccanismi selezionando in modo “artificiale” specie ritenute “utili” ed eliminando quelle valutate come “dannose” o “pericolose”, portando all’estinzione in modo diretto o indiretto centinaia di specie in poco meno di due secoli.

Tutta questa premessa per trattare di un argomento – credo – di un certo interesse anche per chi frequenta i Monti Sibillini e va alla ricerca delle componenti naturali: vi sono alcune specie che sono arrivate decine di migliaia di anni fa per gli effetti dell’ultima glaciazione (come la stupenda Stella alpina dell’Appennino o, per restare nella componente faunistica, il Camoscio appenninico e la Vipera dell’Orsini, veri e propri “relitti glaciali biogeografici”), mentre ve ne sono altre che sono state costrette alla resa dalla persecuzione dell’uomo (come la magnifica Lontra, i cui ultimi esemplari sono stati uccisi negli anni ’70 del secolo scorso proprio nei Sibillini, argomento sul quale ritorneremo), o dalle modificazioni ambientali.

Negli ultimi 20-30 anni abbiamo assistito anche nel comprensorio dei Sibillini e delle aree limitrofe a variazioni della componente faunistica, tra chi arriva e chi se ne va. C’è stato il ritorno del Cervo europeo e del Camoscio appenninico ad esempio, grazie ai lungimiranti progetti dell’Ente Parco nazionale dei Monti Sibillini, ma anche l’arrivo in autonomia – o quasi – di specie più piccole come nel caso del Geco comune, amante del clima prettamente mediterraneo e segnalato, addirittura, anche per il borgo di Fiastra. Per altre specie si è trattato di una modifica dello “status”, ad esempio passando da erratico o migratore a nidificante come per il simpatico Airone guardabuoi, arrivato alle porte dei Sibillini, per il Corvo imperiale, che dal 2015 prova a nidificare in Valnerina e sul Monte dell’Ascensione e per il maestoso Grifone eurasiatico.

Camoscio appenninico

Sono arrivati anche gli alieni: stiamo parlando dei taxa non autoctoni che l’uomo, direttamente o meno, ha introdotto al di fuori del loro areale originario. Due specie tra tutte: la testuggine palustre americana (Trachemys sp.), rinvenuta nel Lago di Fiastra, e la Nutria, la cui rapida espansione dalla costa alle valli pedemontane seguendo i corsi d’acqua e approfittando dei laghetti perifluviali sembra stia “facilitando” – trattandosi di una preda abbastanza “comoda” da cacciare – la diffusione del Lupo anche in zone basso collinari e vallive.

Per alcune specie che arrivano ve ne sono altre che, purtroppo, se ne vanno o sono prossime all’estinzione su scala locale: un simbolo dei tempi è il fantomatico Ululone appenninico, segnalato nei Sibillini fino al 2010-2012 e mai più rivisto. Questo piccolo “rospetto”, considerato un endemismo tutto italiano (anche se c’è dibattito tra gli addetti ai lavori sullo stato di “buona specie”), sta subendo un declino generalizzato in tutto l’areale e non siamo ancora riusciti a porre un freno a quella che nei prossimi 10-15 anni potrebbe diventare l’ennesima specie persa anche a causa dell’uomo.

Infine, grazie agli specialisti che lavorano sul campo l’elenco delle specie di fauna (e di flora) si arricchiscono quasi ogni anno grazie alla scoperta (o alla conferma) di nuove specie: dopo la bella notizia che ha confermato la presenza dell’Arvicola delle nevi, è il mondo degli invertebrati a regalare soddisfazioni. Come la scoperta di Globiceps morettii, un piccolo eterottero il cui nome specifico è stato dedicato alla memoria di un idrobiologo di Perugia, il prof. Giampaolo Moretti, appassionato studioso e frequentatore dei Monti Sibillini.

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venerdì, settembre 16, 2022

Una nuova tragedia si abbatte nelle Marche: mitigazione ed adattamento, questi sconosciuti!

Un'altra tragedia si è abbattuta sul territorio sempre più fragile - dal punto di vista socioeconomico ed ambientale - della nostra pur bellissima regione!!!

Non ci sono parole che possono alleviare l'enorme dolore di chi ha perso un familiare, un amico, la propria abitazione...  

Nei prossimi giorni verranno analizzate più nel dettaglio cause ed eventuali responsabilità, ma non si può continuare a contare morti, feriti e danni: questa notte è toccato alle Marche, qualche settimana è accaduto in Toscana, in Veneto, in Liguria, in Irpinia, a Stromboli, in Val di Fassa... 

Però... da quanti anni scienziati e tecnici si sgolano per far capire ad amministratori locali e nazionali cosa occorre fare per ridurre i rischi  (interventi di mitigazione) e prepararci ai prossimi eventi meteorologici estremi (adattamento)? 

Figuratevi che nella mia tesi di laurea, poi confluita in un libretto pubblicato nel 1999, riportavo proprio per il fiume Misa alcune indicazioni - tratte da altre situazioni italiane applicabili, opportunamente dimensionate, anche su scala locale - utili per laminare le piene, intervenire con tecniche di ingegneria naturalistica, riattivare il reticolo idrografico minore e secondario (come i canali che un tempo alimentavano i mulini nella parte bassa della valle), delocalizzare edifici ed abitazioni costruiti nell'alveo di piena... 

Negli anni seguenti sono poi stati presentati, sempre per il Misa, progetti di un certo spessore proprio per mitigare il rischio delle esondazioni: ora, quanti assessori, presidenti, funzionari si sono avvicendati senza far nulla o rimpallandosi competenze, costi, progetti? 

Poi il Misa ha fatto, in più occasioni, quello che un fiume sa fare: ho ancora in mente la tragedia di maggio 2014, le cui ferite probabilmente non si rimargineranno mai, ed eccoci a piangere altre vittime... 

E, guardate, il luogo comune che molti portano come causa di tutto "i fiumi non sono puliti"  o che "non si possono tagliare le piante nel fiume" non regge perché sono stati spesi solo in questi ultimi cinque anni DECINE DI MILIONI DI EURO (*) proprio per far diventare i fiumi marchigiani dei CANALI (...con tanto di funzionari regionali arrestati per   tangenti, si veda qui l'ultimo caso).

Ora, ditemi voi se questi sono gli interventi che servono per mitigare il rischio o se, invece, bisogna lavorare sul territorio - a scala di bacino - dando ascolto a chi ha competenze e conoscenze in merito, senza necessariamente trasformare il fiume in un canale rettilineo.   

Probabilmente è una frase retorica quella che ho appena scritto, lo so. Ma gli appelli e gli allarmi lanciati da chi studia il clima e l'ambiente vengono ascoltati forse solo quando si verificano eventi come questo e, in particolare, solo per il tempo di piangere, peraltro facendo passerella elettorale, le tante, troppe vittime dell'ennesima tragedia!

Io, in tutta sincerità, sono veramente stanco per questa situazione e,  all'orizzonte, vedo nuvoloni neri. Spero vivamente di sbagliarmi, altrimenti ci troveremo di nuovo qui a farci le stesse domande e a piangere altri amici... 


(*) vi riporto solo alcuni degli interventi "milionari" in alveo, giusto per far capire la portata di questi lavori:

VARI FIUMI

MISA

POTENZA

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giovedì, giugno 02, 2022

Un piccolo tesoro (a rischio) nei Sibillini: il Chirocefalo della Sibilla

Anche nell'Appennino centrale abbiamo ambienti "estremi", caratterizzati da condizioni ambientali che limitano a pochi giorni la possibilità di svolgere appieno il ciclo vitale di alcuni piccoli organismi (in questo caso si tratta di crostacei d'acqua dolce). E' il caso del laghetto effimero di "Palazzo Borghese", nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, e di un suo piccolo-grande tesoro: la specie endemica Chirocephalus sibyllae, il Chirocefalo della Sibilla, parente del più "famoso" Chirocefalo del Marchesoni (che vive nel "vicino" lago di Pilato).



Questo recentissimo articolo, frutto di anni di ricerca, fa il punto della situazione ed evidenzia le principali problematiche cui questa specie (e la comunità zooplanctonica di questo laghetto effimero) deve fronteggiare.

In particolare, i cambiamenti climatici legati alle attività antropiche possono portare al ripetersi, in tempi molto (troppo) ravvicinati, di eventi molto impattanti (quali la scarsità di precipitazioni invernali/primaverili o temperatura sopra-media nel mese di maggio) che - per quanto questi organismi abbiano evoluto adattamenti sopraffini viste le condizioni estreme di vita - ne compromettono la riproduzione e la sopravvivenza!

Insomma, abbiamo dei veri e propri "termometri ambientali" che rafforzano la necessità e l'urgenza di intervenire su scala locale e globale con politiche ambientali volte alla sostenibilità delle attività umane e alla tutela della biodiversità.


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[la foto del post è tratta dal video pubblicato nella pagina youtube del Parco nazionale dei Monti Sibillini]

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#Clima #cambiamenticlimatici #Sibillini #ChirocefalodellaSibilla #Chirocephalussibyllae #fauna #monitoraggi #zoologia #biodiversità #ricerca #politicheambientali #sostenibilità

https://www.mdpi.com/2073-4441/14/11/1750  

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lunedì, gennaio 24, 2022

Pensieri (e parole)

Spesso la vita è fatta di riflessi ondeggianti nella tenue luce d'una fresca mattina d'inverno.

Lago di Alviano (in controluce)
Ogni giorno, del resto, è speciale: la bellezza, quella delle piccole-grandi cose, la troviamo nei nostri occhi e nei nostri pensieri e non nelle cose materiali. Condividerla con chi amiamo ci rende ancora più felici, anche se solo per un attimo.

E non è (anche) per quei momenti che aneliamo vivere?

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