Natura et Ratio

domenica, febbraio 11, 2024

Road ecology: questa sconosciuta (...almeno in Italia)!

Un inverno anomalo e con le prime piogge febbraiuole, dopo diverse settimane siccitose, molti Anfibi anche nelle Marche hanno iniziato a muoversi - con largo anticipo (quasi un mese rispetto alla media) - per raggiungere i siti riproduttivi.

Segnalazioni di rospi e rane in migrazione un po' un tutte le province marchigiane, specialmente nei settori collinari e planziali: insomma... occhio al #rospo: se ne contano sempre di meno, purtroppo, e stiamo rischiando di perdere i nostri alleati più preziosi nella lotta alle specie "moleste" in agricoltura, ma anche per controllo di insetti di rilevanza sanitaria (come le famigerate zanzare vettrici di virus abbastanza pericolosi, tra West Nile Fever e Chikungunya).
Sulle migrazioni degli Anfibi avevo scritto in diverse occasioni, come qui
( https://junior.cronachemaceratesi.it/2017/02/25/piove-occhio-al-rospo/14129/ )
E, più in generale (parlando di "road ecology"), anche qui:
( https://davidfiacchini.webnode.it/news/stragi-silenziose/ )
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Passano gli anni ma le amministrazione pubbliche e i vari funzionari sembrano fregarsene della fauna (...e degli incidenti stradali): quando si interviene nel ripristino di strade extraurbane e superstrade, mettere in conto piccoli interventi di road ecology non incide più di tanto nei costi finali. Anzi, si risparmia sui costi ambientali e naturalistici!

#cultura #culturanaturalistica #roadecology #migrazioni #fauna #animali #anfibi #migrazioniriproduttive #stragi #stragisilenziose #strade #infrastruttureviarie #infrastrutture #politica #pianificazione #gestione #territorio #infrastrutture #zoologia #scienzenaturali #ecologia #ecologiaapplicata #progettazione #interventinaturalistici

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giovedì, settembre 07, 2023

Il folletto dei fiumi: rivedremo mai la Lontra eurasiatica nei Sibillini?

 “Con la luna piena e luminosa le lontre andavano a cacciare il pesce nella Gora del Tunnel. I cuccioli avevano due mesi ed avevano imparato ad infilarsi nell’apertura interna della tana e correre lungo la radice, per ruzzare sulla riva erbosa. Una notte, mentre stavano baruffando attorno alla base di un frassino, udirono il fischio della madre. Il grido non era acuto come il richiamo del maschio alla compagna, ma simile a dita umide sfregate su una lastra di vetro. Immediatamente, Tarka smise di mordere la coda della sorella più piccola, e la terza cessò di rodergli il collo. In tutta fretta scivolarono sulla radice ed entrarono nella tana. La femmina li stava aspettando con una trota in bocca

(brano tratto da “Tarka la Lontra”, di Henry Williamson)

Animale elusivo, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere dal vivo in natura, la Lontra eurasiatica (Lutra lutra) abitava anche nella nostra regione, le Marche, fino agli anni ’70 del secolo scorso. Ne avevo accennato in questo articolo: gli ultimi esemplari di questo bellissimo ed agile folletto nei Sibillini sono stati sterminati, lungo il Tenna, tra il 1960 e il 1970. Già l’indimenticato prof. Bernardino Ragni, insigne zoologo umbro, nel 1975 ricordava che << … era data per frequente in tutta la valle del Tenna (Gola dell’Infernaccio), da Capo Tenna ad Amandola; in un sol giorno e nello stesso posto, nei pressi di Montefortino Ignazio Rossi Brunori uccideva ben 7 lontre, probabilmente un gruppo familiare… >>. Considerato che una famiglia occupa, come territorio, anche decine di chilometri di un piccolo fiume, è verosimile che quel giorno la popolazione di lontre dell’alto Tenna ebbe il colpo di grazia ad opera di un cacciatore di Montefortino.


La scomparsa di questo predatore è stato un fatto gravissimo dal punto di vista scientifico e conservazionistico, oltre che ecologico, ma – come scriveva nel 1992 il prof. Massimo Pandolfi, zoologo pesarese anch’egli recentemente scomparso – “fino a quando si manterranno le attuali condizioni culturali e di habitat degli ambienti umidi regionali non è possibile neppure pensare ad una sua reintroduzione”. Cultura (naturalistica) e habitat (da ripristinare): le due chiavi di volta per “sognare” un ritorno della specie anche nella nostra regione!

In Italia la Lontra, tra le specie più minacciata della fauna del nostro Paese, è oggi ancora presente lungo corsi d’acqua non inquinati che presentano estesi boschi ripariali: si tratta, ad ogni modo, della popolazione tra le più piccole ed isolate d'Europa, con gruppi familiari di pochi individui. La ritroviamo in Basilicata, Campania, Calabria, Puglia e, in particolare, nei fiumi Picentino, Calore lucano, Sele, Tanagro, Calore irpino, Ofanto, Alento, Mingardo, Bussento, Bradano, Basento, Cavone, Agri, Sinni, Noce, Lao e fiumara di Atella. È presente pure in Abruzzo e in Molise (bacino del Sangro e alto bacino del Volturno), in alcune stazioni isolate del Lazio (fiume Garigliano). Nel Nord Italia, se si esclude il progetto di reintroduzione nel Parco del Ticino, la presenza è limitata ad alcune aree di risorgiva del Friuli-Venezia Giulia e in Alto Adige, lungo il Drava (e affluenti), questi ultimi nuclei provenienti verosimilmente dai vicini bacini austriaci; ci sono, infine, recenti segnalazioni per il Parc National du Mercantour francese e questo fa ben sperare per i vicini bacini piemontesi e liguri dove la specie era presente fino al secolo scorso.

Mammifero mustelide con abitudini acquatiche, il suo habitat ideale è quello dei biotopi dulciacquicoli di pianura e di montagna, come laghi, stagni, torrenti, fiumi, lagune, fino a circa 1500 m di quota, confermandosi predatore formidabile di pesci e macro-invertebrati d’acqua dolce. Ed è proprio per questa sua abilità che è entrata in competizione con l’essere umano, per cui negli ultimi 150-200 anni la convivenza con Homo sapiens non è stata per nulla facile (basti pensare che fino agli anni ’50-’60 del secolo scorso alcuni pescatori offrivano una ricompensa in denaro a chi dimostrava di aver ucciso una o più lontre); aggiungiamo anche il fatto che, soprattutto durante il XX° secolo, questo animale era oggetto di caccia anche per la sua pelliccia… e il quadro, abbastanza negativo, si completa.

Un individuo adulto può raggiungere anche i 120 cm di lunghezza, compresa la coda lunga e affusolata, per un peso che varia dai 6 ai 15 kg. Presenta adattamenti idonei alla vita subacquea, frutto di millenni di selezione naturale: testa appiattita, con orecchie molto piccole e arrotondate, occhi provvisti di un particolare meccanismo di accomodamento del cristallino (che le permette di vedere bene anche in immersione), zampe corte con piedi palmati, folta pelliccia con “peli di guardia” che proteggono un sottopelo fitto e morbido (accorgimento che permette di trattenere uno strato d'aria isolante intorno al corpo anche rimanendo in acqua per molto tempo).

Generalmente le femmine partoriscono da 2 a 4 cuccioli che divengono autosufficienti verso i 6-9 mesi, completando lo sviluppo attorno ai 2 anni. Gli esemplari adulti vivono isolati o in piccoli gruppi familiari, tuttavia le femmine mantengono la prole per molto tempo. La durata della vita media oscilla tra i 13 e i 15 anni. 

La Lontra è un animale che ama dedicare molto tempo al “gioco”: gli etologi descrivono scene ripetute di rotolamenti sulle rive fangose, a volte utilizzando tronchi quali scivoli improvvisati, e “gare” di tuffi; è stata anche osservata prendere sassi e gettarli in acqua, per poi “correre” a ripescarli.

Le principali minacce per la specie sono l’inquinamento delle acque, il depauperamento della fauna ittica (mancanza di biomassa), la cementificazione e la rettificazione degli argini, la riduzione dei boschi lungo le sponde dei corsi d’acqua, le collisioni con gli autoveicoli e le uccisioni illegali dovute anche al conflitto con la pesca e l’allevamento ittico (cfr. Panzacchi et al., 2010).

Dal punto di vista normativo Lutra lutra è protetta dalla Convenzione di Berna del 1979 (Appendice II), dalla Direttiva “Habitat” 92/43/CEE (Appendici II e IV) ed è inclusa nell’Appendice I della CITES. In Italia è legalmente protetta dal 1977.

Per quel che riguarda il rischio di estinzione su scala globale e nazionale, viene indicata come “quasi minacciata” (NT - Near Threatened) nella “Red List” della IUCN, mentre nella “Lista Rossa” dei vertebrati italiani” la specie è considerata “in pericolo” (En – Endangered). 

Secondo gli specialisti che si occupano da tempo della tutela della lontra, per assicurare una concreta protezione delle residue popolazioni occorre mantenere e migliorare la qualità dell’ ambiente attraverso la conservazione (o il ripristino) della vegetazione ripariale, la rinaturalizzazione delle opere di arginatura artificiale dei corsi d’acqua, la regolamentazione dell’ attività estrattiva dal greto e dalle rive dei fiumi, il controllo dell’inquinamento delle acque, il ripristino qualitativo e quantitativo dei popolamenti ittici per garantire una soddisfacente disponibilità alimentare per la specie (e per evitare conflitti con i pescatori), la tutela delle vie di dispersione degli individui tra i bacini idrografici. C’è da considerare, infine, che una decina di anni fa la popolazione complessiva di lontre in Italia veniva stimata in circa 300 – 600 esemplari, con timidi segnali di espansione geografica: mettere in atto gli interventi di cui sopra non sarà facile, ma il compito più arduo sarà quello di investire in cultura naturalistica per essere “pronti” a garantire un futuro a questa e ad altre specie simbolo.

Oggi i tempi sono cambiati, l’habitat della lontra anche. Resta sempre un filo di speranza e le domande aperte che molti, specialisti e non, si pongono sono essenzialmente queste: potrebbe questo mustelide tornare ad immergersi nelle acque dei nostri ruscelli? E come fare per ridurre gli eventuali “conflitti” con i pescatori della zona? Come integrare il ritorno della lontra con il progetto Life Plus “Trota”, che ha visto l’Ente Parco nazionale dei Sibillini tra i soggetti capofila per recuperare e conservare il ceppo autoctono di Trota mediterranea (Salmo trutta macrostigma), una delle prede preferite da questo carnivoro?

Prima di pensare ad eventuali risposte, proviamo solo ad immaginare cosa potrebbe significare fare un’escursione nelle Gole dell’Infernaccio o in quelle del Fiastrone e trovarsi di fronte, come un folletto, questo agilissimo mustelide.

Sognare, a volte, non può che far bene.


Principali fonti consultate (utili anche come spunti di lettura per approfondire il tema):

Ottaviani, D., Panzacchi, M., Jona Lasinio, G., Genovesi, P., Boitani, L., Lasinio, G.J. & Jonalasinio, G. (2009) Modelling semi-aquatic vertebrates’ distribution at the drainage basin scale: The case of the otter Lutra lutra in Italy. Ecological Modelling: 220, 111–121

Panzacchi M., Genovesi P. & Loy A., 2010. Piano d’azione nazionale per la conservazione della Lontra (Lutra lutra). Ministero dell’Ambiente, ISPRA, pp. 211

Pandolfi M., 1992. Fauna nelle Marche. Mammiferi e uccelli. Regione Marche, Il Lavoro Editoriale, pp. 144.

Williamson H., 1989. Tarka la lontra. Edizioni F. Muzzio, pp. 199

Sito web “Lontra Italia – Italian otter network”, consultato il 4/8/2023: https://lontraitalia.com/ 

Sito web “Piemonte Parchi”, consultato il 4/8/2023: http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/natura/item/3603-evviva-la-lontra-regina-del-fiume 

Siti web https://www.iucn.it  e  https://www.iucnredlist.org/ 

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L'immagine a corredo di questo articolo è stata scattata dall’autore presso il Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, Parco Nazionale del Gran Paradiso, estate 2022.


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venerdì, settembre 16, 2022

Una nuova tragedia si abbatte nelle Marche: mitigazione ed adattamento, questi sconosciuti!

Un'altra tragedia si è abbattuta sul territorio sempre più fragile - dal punto di vista socioeconomico ed ambientale - della nostra pur bellissima regione!!!

Non ci sono parole che possono alleviare l'enorme dolore di chi ha perso un familiare, un amico, la propria abitazione...  

Nei prossimi giorni verranno analizzate più nel dettaglio cause ed eventuali responsabilità, ma non si può continuare a contare morti, feriti e danni: questa notte è toccato alle Marche, qualche settimana è accaduto in Toscana, in Veneto, in Liguria, in Irpinia, a Stromboli, in Val di Fassa... 

Però... da quanti anni scienziati e tecnici si sgolano per far capire ad amministratori locali e nazionali cosa occorre fare per ridurre i rischi  (interventi di mitigazione) e prepararci ai prossimi eventi meteorologici estremi (adattamento)? 

Figuratevi che nella mia tesi di laurea, poi confluita in un libretto pubblicato nel 1999, riportavo proprio per il fiume Misa alcune indicazioni - tratte da altre situazioni italiane applicabili, opportunamente dimensionate, anche su scala locale - utili per laminare le piene, intervenire con tecniche di ingegneria naturalistica, riattivare il reticolo idrografico minore e secondario (come i canali che un tempo alimentavano i mulini nella parte bassa della valle), delocalizzare edifici ed abitazioni costruiti nell'alveo di piena... 

Negli anni seguenti sono poi stati presentati, sempre per il Misa, progetti di un certo spessore proprio per mitigare il rischio delle esondazioni: ora, quanti assessori, presidenti, funzionari si sono avvicendati senza far nulla o rimpallandosi competenze, costi, progetti? 

Poi il Misa ha fatto, in più occasioni, quello che un fiume sa fare: ho ancora in mente la tragedia di maggio 2014, le cui ferite probabilmente non si rimargineranno mai, ed eccoci a piangere altre vittime... 

E, guardate, il luogo comune che molti portano come causa di tutto "i fiumi non sono puliti"  o che "non si possono tagliare le piante nel fiume" non regge perché sono stati spesi solo in questi ultimi cinque anni DECINE DI MILIONI DI EURO (*) proprio per far diventare i fiumi marchigiani dei CANALI (...con tanto di funzionari regionali arrestati per   tangenti, si veda qui l'ultimo caso).

Ora, ditemi voi se questi sono gli interventi che servono per mitigare il rischio o se, invece, bisogna lavorare sul territorio - a scala di bacino - dando ascolto a chi ha competenze e conoscenze in merito, senza necessariamente trasformare il fiume in un canale rettilineo.   

Probabilmente è una frase retorica quella che ho appena scritto, lo so. Ma gli appelli e gli allarmi lanciati da chi studia il clima e l'ambiente vengono ascoltati forse solo quando si verificano eventi come questo e, in particolare, solo per il tempo di piangere, peraltro facendo passerella elettorale, le tante, troppe vittime dell'ennesima tragedia!

Io, in tutta sincerità, sono veramente stanco per questa situazione e,  all'orizzonte, vedo nuvoloni neri. Spero vivamente di sbagliarmi, altrimenti ci troveremo di nuovo qui a farci le stesse domande e a piangere altri amici... 


(*) vi riporto solo alcuni degli interventi "milionari" in alveo, giusto per far capire la portata di questi lavori:

VARI FIUMI

MISA

POTENZA

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lunedì, gennaio 24, 2022

Pensieri (e parole)

Spesso la vita è fatta di riflessi ondeggianti nella tenue luce d'una fresca mattina d'inverno.

Lago di Alviano (in controluce)
Ogni giorno, del resto, è speciale: la bellezza, quella delle piccole-grandi cose, la troviamo nei nostri occhi e nei nostri pensieri e non nelle cose materiali. Condividerla con chi amiamo ci rende ancora più felici, anche se solo per un attimo.

E non è (anche) per quei momenti che aneliamo vivere?

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martedì, luglio 20, 2021

Le belle Marche: l'ex mulino di Gelagna Bassa e la vecchia centrale idroelettrica

Nella piccola frazione di Gelagna Bassa, a metà strada tra Muccia e Serravalle di Chienti, nell'alto maceratese, c'è una piccola casa in pietra costruita letteralmente sopra ad un torrentello - il Chienti - le cui sorgenti si trovano qualche chilometro più a monte. 


L'attuale proprietario, il serafico ed attivissimo Fausto Barboni, ci ricorda il "motto" nell'epigrafe di una bella meridiana: 

<< Soles et Aquae redunt, fugit irreparabile tempus >>, che potremmo tradurre con "Il Sole (dei giorni) e l'Acqua (del fiume) ritornano, il tempo passa e non torna più".

La casa sorge su quello che, nel '400, era un mulino ad acqua con macine di pietra, dismesso a metà del '900. Accanto al mulino fu costruita e messa in funzione un'officina idroelettrica che nel 1913 forniva - per la prima volta - la "luce elettrica" all'intera vallata.   

Spenta nel 1985, è stata recuperata nel 2013 dall'attuale proprietario, nipote dei fondatori (gli "illuminati" Domenico e Maddalena), che ha riattivato l'impianto trasformandolo in una sorta di museo.

Ci siete mai stati? Merita senz'altro una visita (per tutte le informazioni del caso vi invito a visitare il sito web dedicato al mulino e alla centrale).

E, per chi vuole, c'è anche la possibilità di proseguire lungo il percorso escursionistico che, passando per l'ex mulino di Gelagna Bassa, collega Muccia a Colfiorito.

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Altre fonti da consultare/leggere:

Articolo pubblicato nel sito "racconti dello stomaco"

Articolo su "I luoghi del silenzio"




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sabato, giugno 26, 2021

Per una piena tutela del "capitale naturale"

Ci sono luoghi, sull'Appennino come sulle Alpi, che più di altri meritano la piena tutela di habitat, biodiversità, risorse naturali (acqua in primis): un "capitale" che non possiamo continuare a saccheggiare impunemente, "senza se e senza ma", per interessi meramente privati o per faraoniche mire speculative.


La vera transizione ecologica, e l'adattamento ai cambiamenti climatici (con misure di mitigazione da adottare nelle piccole come nelle grandi città), sono le sfide che si vincono oggi: domani sarà già troppo tardi. Ma la #politica (a tutti i livelli) non sembra ancora aver compreso il dramma che già oggi stiamo vivendo, tra "catastrofi naturali" (alluvioni, siccità, pandemie, ecc.) e sperpero di denaro pubblico in interventi dalla dubbia utilità e opere anacronistiche. Ogni riferimento al PNRR (e ai progetti che saranno finanziati) è decisamente voluto.  

Nel video#montidellalaga  #parconazionalegransassolaga #cascatadellamorricana #acqua #ambiente #natura #habitat #biodiversità 


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domenica, settembre 06, 2020

Il Camoscio appenninico: una risorsa per il territorio montano, una specie ancora a rischio.

Poco più di 10 anni fa questa ed altre foto le avremmo scattate solo in Abruzzo. Ora, grazie al Parco Nazionale dei Monti Sibillini (con il progetto Life Coornata in primis), il "sogno" è diventato realtà anche qui da noi.

Il Camoscio appenninico, che ancora molti escursionisti scambiano per una "capra selvatica", è una specie endemica dell'Appennino ancora a rischio di estinzione. Nei Monti Sibillini, reintrodotto a partire dal 2008, siamo arrivati attorno ai 200 esemplari circa (aspettiamo il censimento autunnale per avere dati più precisi), mentre la popolazione complessiva - distribuita in pochi massicci appenninici compresi essenzialmente tra Marche e Abruzzo - è stimata in poco più di 3000 capi!

Se da un lato non si può non gioire per il successo dei progetti di reintroduzione, dall'altro non bisogna abbassare la guardia: "nuove" minacce di carattere globale incombono sulla sorte del camosci e in questo articolo viene messa in evidenza una delle gravissime conseguenze "locali" dei cambiamenti climatici in atto.

Giova ricordare, infine, che il camoscio è anche un vero e proprio volano - assieme alla cornice naturale in cui vive - per l'economia locale: basti pensare che nel Parco della Majella un'indagine pubblicata nel 2014 ha stimato in almeno 10.000 presenze/anno il flusso turistico riconducibile direttamente a questo animale. Se poi aggiungiamo il "richiamo" di altre specie simbolo, di boschi incontaminati, cascate e punti panoramici... possiamo ben capire l'importanza di coniugare la tutela degli ecosistemi montani con la valorizzazione economica dei beni naturalistici e paesaggistici del nostro Appennino.

Una sfida che non possiamo permetterci di perdere!


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mercoledì, aprile 29, 2020

Un'attenzione in più

Nonostante i mille problemi che ci attanagliano (c’è chi sta soffrendo più di altri e sono il primo ad esserne dispiaciuto) e con la rinnovata speranza di tornare quanto prima ad abbracciare i nostri affetti e di rimettere in moto le nostre variegate attività (professionali, culturali, sportive, hobbistiche), sempre nel nel rispetto delle norme igieniche e sanitarie richieste dalle situazioni contingenti, confido in un passo in più.
In una svolta, forse. O in un’attenzione particolare, se volete.

In questo periodo, con le poche eccezioni che conosciamo, siamo rimasti “confinati” entro le quattro mura di casa, ritrovandoci – di fatto – quasi del tutto impotenti ma uniti nell’aiutare concretamente in primis chi si preoccupa della tutela della salute. Rabbia e inedia a parte, che spero non abbiano preso il sopravvento, abbiamo avuto modo di riflettere – chi più, chi meno – sui ritmi della nostra vita e sull’importanza di apprezzare anche le piccole cose. E, magari, anche sul “piacere” (…necessità, in questa fase) di fare molte cose con lentezza e con più attenzione. Ecco. A proposito di fare le cose con più attenzione: perché non portare questa attenzione anche “fuori casa”, terminata o meno che sia l’emergenza, quando si tornerà “operativi”?
Una prima attenzione particolare, che molti di noi stanno già avendo “indoor” presumo, potremmo dedicarla al nostro Pianeta partendo dal più vicino “fuori casa” che abbiamo: il nostro territorio, i nostri ambienti, la nostra… casa (in senso lato). In questi due mesi la natura ha seguito il suo corso e anche nelle nostre zone, con meno persone in giro, si sono palesate – ad esempio – molte più “presenze animali”. E’ verosimile ritenere che due mesi siano un periodo di tempo troppo breve per “disabituare” o ridurre certi comportamenti di millenaria istintiva diffidenza e paura verso l’uomo e le sue “diavolerie”. Ma… fare più attenzione e, in questo caso, rallentare le corse in auto non può che prevenire spiacevoli conseguenze e abituarci, invece, a guardare al mondo sentendoci “co-inquilini” e non spietati o indifferenti “dominatori” di questo Pianeta.

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martedì, dicembre 31, 2019

La consapevolezza degli ignari

Ogni anno (ogni giorno) la vita prende e porta via, all'improvviso e senza un perché. Lo sappiamo bene.
Del resto ogni anno (ogni giorno), la vita dà e concede, quasi fosse un atto dovuto o scontato. E spesso non ce ne accorgiamo.
C'è gente che ha più del necessario, ostentando o meno ricchezza e opulenza; c'è gente che si ritrova ex abrupto, con o senza colpe, all'angolo, senza avere più nulla (dignità compresa).
E abbiamo il piacere, o la sventura, di condividere questa cavalcata quotidiana - sempre la stessa, sempre diversa - con altri "attori e attrici" che, istintivamente o meno, svolgono un ruolo nella biosfera.
Se la misura del tempo è solo una convenzione umana, se il concetto di vita - fino ad ora - è solo terrestre, se l'evoluzione ha portato Homo sapiens ad avere coscienza di sé stesso, dunque... non ci resta che essere più "consapevoli" di quello che siamo e non siamo, di quello che quotidianamente facciamo o non facciamo (per noi, per gli altri, per l'ambiente) in questo (per la verità, breve) viaggio che continuerà a farci sfrecciare attorno al Sole a circa 108.000 km/h per altri 365 giorni e qualche spicciolo.
#mindfulness

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mercoledì, maggio 23, 2018

Così preziosi, così poco conosciuti: parchi e riserve naturali

Maggio è un mese di importanti giornate divulgative per sensibilizzare su temi quali #Biodiversità e #areeprotette.
Spesso conosciamo poco (e magari solo per "sentito dire") argomenti relativi alla biologia della conservazione, spesso alcuni enti gestori delle aree protette sono più simili a pachidermici carrozzoni politici che a strutture operative fatte per lavorare per e con il territorio, progettando interventi utili a preservare la naturalità dei luoghi e intercettando fondi europei.
Il 24 maggio è una giornata dedicata alla (ri)scoperta di quel prezioso mondo naturale che ci regala risorse e beni primari.
Partecipate ad una delle tante iniziative organizzate anche in Italia: qui qualche suggerimento.
#24Maggio #GiornataEuropeaParchi #EuropeanDayOfParks
#Europarc

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domenica, ottobre 01, 2017

Quanto ne sappiamo sui danni dell'inquinamento atmosferico in Italia?

Nel Belpaese si contano 1500 decessi/anno per milione di abitanti - valore di gran lunga superiore a tutte le altre nazioni europee - dovuti all'inquinamento atmosferico. E molte di queste morti premature riguardano giovani e giovanissimi!
In termini di prevenzione primaria si sta facendo ben poco: occorre lavorare anche su questo al Ministero della Salute, di concerto con gli altri dicasteri interessati (Ambiente e Sviluppo Economico in primis)!
#salute #ambiente #inquinamento #prevenzione Eccovi l'articolo divulgativo comparso su Repubblica.it

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sabato, ottobre 01, 2016

Addio agli olmi?

Con l’inizio di ottobre si entra a tutti gli effetti in autunno e le piante caducifoglie iniziano ad indossare “vestiti” giallo-arancioni prima di spogliarsi del tutto, assumendo il tipico habitus invernale. Se vi siete guardati bene attorno, però, da qualche anno a questa parte c’è un albero tipico del nostro paesaggio rurale che già in tarda primavera ingiallisce anzitempo e si secca quando è ancor troppo “giovane” per trasformarsi in necromassa.
Si tratta dell’Olmo campestre (Ulmus minor), pianta sacra per il “dio dei sogni” - Morfeo - secondo quanto viene riportato da Virgilio nell’Eneide, dai buffi semi simili a piccoli dischi volanti che una volta i bambini chiamano “pane del maggiolino”. Diffusa in Europa continentale, Asia mediterranea e America settentrionale, cresce nei boschi e nei terreni incolti, lungo il greto dei ruscelli e in zone tipicamente rurali. Quando si trova isolata, tra campi coltivati e casolari, può raggiungere dimensioni notevoli e avere una chioma decisamente ampia: in passato, contadini e braccianti approfittavano della “meriggia” offerta da esemplari maestosi di questa pianta per rifocillarsi e riposarsi. Su tutti, il famoso “Olmo bello” (o Olmo di Lando, in località Casine di Ostra) ben conosciuto nell’hinterland senigalliese, raffigurato in immagini d’epoca dalle quali non si riesce ad apprezzare i 28 metri d’altezza e i 110 metri di circonferenza della chioma.
Osservando le nostre campagne, specialmente tra le province di Macerata e Ancona, avrete notato in questi ultimi anni la diffusa moria che riguarda questa pianta. L’olmo campestre è una specie tra le più suscettibili alla fitopatia denominata “grafiosi”, malattia è causata da un fungo ascomicete di origine asiatica, Ophiostoma ulmi s.l., che già all’inizio del secolo scorso devastò rapidamente le popolazioni di olmo europee e nordamericane.
Il fungo patogeno agisce entrando in contatto con le piante sane nella porzione superiore della chioma per il tramite di alcuni insetti scolitidi, piccoli coleotteri che compiono il loro ciclo biologico ignari e inconsapevoli di diffondere la malattia volando da olmi malati verso olmi sani.
Dal momento dell’inoculazione si osserva rapidamente la comparsa di foglie gialle e avvizzite su tutta la parte alta della chioma, per poi appassire in poco tempo: lo sviluppo dei sintomi è più intenso nel periodo primaverile che in estate, e colpisce in maniera più forte l’Olmo campestre e meno altre specie, quali l’Olmo montano.
Dopo la prima ondata epidemica, a partire dal 1970-75 la malattia ha avuto nel centro Italia una forte recrudescenza a seguito dell’introduzione di ceppi virulenti dal Nord America, con gravi danni all’economia, all’ambiente e soprattutto al paesaggio caratteristico delle zone rurali e peri-urbane. Oggi, dopo una breve “tregua”, eccoci ancora sul campo a dover contare i danni di questa malattia sempre più aggressiva: nella sola vallata del Tronto, dove recentemente è stata portata a termine una ricerca per una tesi universitaria, è stata registrata la scomparsa quasi totale di esemplari adulti, fatta eccezione per alcuni individui di età superiore ai 50 anni in alcuni comuni montani. E nel maceratese la situazione non è dissimile, purtroppo.
Addio agli olmi, dunque? Non è ancora detto!
I botanici impegnati in programmi di ricerca genetica condotti in alcuni istituti scientifici, tra i quali, in Italia, l’Istituto per la Protezione delle Piante del CNR (IPP), hanno selezionato piante resistenti alla grafiosi. Ad oggi sono cinque i cloni di olmo resistente alla grafiosi che l’IPP ha brevettato, e tra questi segnaliamo il clone ribattezzato “Morfeo”.
Grazie all’utilizzo di varietà resistenti, sia da parte delle amministrazioni pubbliche che dei privati, l’olmo si potrà riappropriare dei propri spazi, inizialmente nei contesti ornamentali e poi in ambienti peri-urbani. Più lungo, secondo i ricercatori, il processo che porterà ad un recupero nel contesto rurale e boschivo: per il momento, dunque, saremo costretti a vedere un progressivo declino di uno dei simboli dell’ambiente di casa nostra.
Ma non dobbiamo restare passivi, perché disinteresse e indifferenza causano danni ancor peggiori di quelli che già registriamo. Quello che nel nostro piccolo possiamo fare, da cittadini attenti alle problematiche ambientali, è, tra le altre cose:
- segnalare agli enti competenti (Assessorato all’Agricoltura e Foreste della Regione - qui nel caso delle Marche - , centri di ricerca come l'ASSAM, Corpo Forestale dello Stato) la diffusione di questa malattia nella propria zona, nell’ottica della “citizen science ”;
- evidenziare alle amministrazioni e ai politici di riferimento la necessità di incentivare la ricerca scientifica in ambito botanico e fitosanitario (per raccogliere e selezionare il germoplasma di esemplari di olmo ancora in vita nei punti più colpiti dalla grafiosi nella nostra regione);
- promuovere, con l’aiuto degli enti di ricerca e di vivai specializzati, una graduale ripiantumazione delle varietà resistenti. C’è ancora molto da fare per cercare di salvare questo imponente albero su cui - secondo il poeta Virgilio - albergano i sogni dell’umanità, appesi sotto alle sue fronde.

Bibliografia essenziale di approfondimento

Biondi E. & Baldoni M.A., 1996. Natura in provincia di Ancona. Guida alla conoscenza e alla conservazione del territorio. Provincia di Ancona, Assessorato all’Ambiente.

Pascali G., 2010. Monitoraggio sulla diffusione della grafiosi dell'olmo nella vallata del Tronto (AP). Università degli Studi di Firenze, corso di Laurea in Scienze Forestali e Ambientali.

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sabato, novembre 07, 2015

E' in arrivo la SERR: siete pronti?

Dal 21 al 29 novembre p.v. entreremo nella nuova edizione della "Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti"(l'acronimo è, per l'appunto, SERR).
Le tre parole chiave che ognuno di noi, nel proprio piccolo (a casa, a scuola, in ufficio, mentre si fa spesa....), può declinare in preziose azioni quotidiane e concrete?
Si tratta delle "famose" 3R: Reduce, Reuse, Recycle !

Video "buonsenso"

Video "Reduce"

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lunedì, settembre 28, 2015

Una canzone d'amore per la Terra

Paul McCartney, Sheril Crow, Bon Jovi ed altri artisti hanno unito le forze realizzando una bellissima canzone d'amore per il nostro "tiny blue marble".
Il video (che trovo veramente bellissimo!!!) lo trovate qui, mentre i motivi del progetto sono ben spiegati qui.
La sperranza è che per la prossima conferenza sui cambiamenti climatici (COP21), prevista a Parigi per fine novembre, chi ci governa sia finalmente disposto ad ascoltare scienziati, ambientalisti e cittadini che si battono per un futuro sostenibile.
#SharetheLoveSong e... grazie Paul!!!

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martedì, settembre 23, 2014

Clima, ONU e... Paul McCartney

Che c'azzecca Paul McCartney con il summit dell'ONU sui clima in programma oggi 23 settembre 2014?


Da sempre impegnato sia in ambito sociale che ambientale, il mitico Paul degli altrettanto mitici "Fab Four" ci ricorda, con un messaggio semplice e chiaro - che ognuno di noi deve dare il proprio contributo per vincere la sfida del cambiamento climatico. Come? Ad esempio aderendo alla campagna internazionale "Meat Free Monday".
Semplice, no?

Go ‪#‎MeatFreeMonday‬!

Il summit ONU:
http://www.un.org/climatechange/summit/
Il video-messaggio di P. McCartney
https://www.youtube.com/watch?v=_TvmQ9lSAWI
La campagna "Meat Free Monday"
http://www.meatfreemondays.com/

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sabato, luglio 26, 2014

Chi si sta alzando in piedi per salvare la Terra?

"Who's gonna stand up and save the Earth?"
No, non è l'annuncio di un ambientalista della prima ora, né l'accorato appello/richiesta di chissà quale Associazione che si batte per la tutela del nostro bellissimo e unico Pianeta. E', invece, l'ennesimo manifesto culturale del mitico Neil Young, rocker canadese che non finisce mai di stupire.
Alla soglia dele 70 primavere (il 12 novembre 2014 festeggia 69 anni!), il mitico Neil se ne esce con una nuova canzone all'indomani dell'ennesimo tour con i fidi Crazy Horse che ha toccato l'Europa e anche l'Italia: a Barolo, lo scorso 21 luglio, io c'ero, non è stato un sogno e davanti a me c'era lui, il 'loner' impegnato da sempre su più fronti (sociali, ambientali e culturali).
Io c'ero e... posso dirvi che è stato semplicemente fantastico: di poche parole, come sempre del resto, Neil ha imbracciato le sue chitarre ed ha stupito tutti ancora una volta.

Questo il testo della nuova canzone, tradotto velocemente in italiano (scusatemi per eventuali imprecisioni e/o inesattezze), con una risposta chiara e perentoria alla domanda ridondante del titolo e del refrain: "...tutto inizia da te e me!"

Chi combatterà per salvare la Terra?

Proteggi la natura (wild = "natura selvaggia o primigenia")
figlio del domani
proteggi la Terra
dall'avidità dell'uomo
abbatti le dighe
combatti il petrolio
proteggi le piante
e rinnova il suolo
Chi combatterà per salvare la Terra?
Chi dirà che ne ha avuto abbastanza?
Chi affronterà la "grande macchina"?
Chi combatterà per salvare la Terra?
Tutto inizia da te e me!
Vieta i combustibili fossili
traccia il confine
prima di costruire
un altro gasdotto
vieta l'estrazione (*fracking)adesso
conserviamo l'acqua
e costruiamo una vita
per i nostri figli
Al diavolo le dighe
salva i fiumi
alla fame gli speculatori
e cibo ai benefattori
costruisci un sogno
salva il mondo
noi siamo il popolo
conosciuto con il nome di Terra
Chi combatterà per salvare la Terra?
Chi dirà che ne ha avuto abbastanza?
Chi affronterà la "grande macchina"?
Chi combatterà per salvare la Terra?
Tutto inizia da te e me!
Chi combatterà per salvare la Terra?
Chi dirà che ne ha avuto abbastanza?
Chi affronterà la "grande macchina"?
Chi combatterà per salvare la Terra?
Tutto inizia da te e me!
Chi combatterà per salvare la Terra?

(*) fracking


Dopo qualche giorno dal concerto tenuto nell'ambito del festival "Collisioni", cerco di ritornare, con gli occhi della mente, a quelle note che hai "appena" finito di ascoltare assieme ad altri 10-12.000 fan. Ora perso nel traffico, ora seduto sul divano di casa, ascolto le parole della nuova canzone mentre guardo la t-shirt nera con stampata la parola EARTH (realizzata in cotone biologico e regalata dallo staff del cantante agli increduli spettatori entrati nella piazza del concerto) e penso tra me e me: Neil, sei veramente un Grande dei nostri tempi, una persona da seguire e da indicare per il semplice fatto che hai tracciato e stai tracciando una strada per la sostenibilità. Una strada bella larga, come quelle che percorri nelle tue traversate elettriche tra la California e l'Ontario. Una strada per il futuro delle giovani generazioni "...and build a life for our sons and daughters...": long may you run, Neil!!!

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lunedì, agosto 12, 2013

Musica, società contemporanea & difesa dell'ambiente

Che ci azzecca, direte voi, la musica con la tutela dell'ambiente?

In apparenza poco, forse niente. O, pensandoci meglio, anche molto: dipende da diversi fattori, in primis chi è il musicista e, tra le altre cose, a quale platea si rivolge.

Quando chi canta ha un certo seguito e i suoi testi trattano, oltre che d'amore, anche di temi sociali e ambientali non può non "influenzare" il suo pubblico, rafforzandone il legame empatico e trasmettendo loro veri e propri "messaggi" che vanno dritti al cuore.
Non sono molti gli artisti che, in modo più o meno disinteressato, nel corso del tempo hanno sposato in prima persona la "causa ambientalista" andando oltre la singola canzone a sfondo ecologista o la pur lodevole partecipazione ad una giornata per la Terra: tra gli altri mi piace ricordare Paul McCartney, attivista e vegetariano, e Sting, impegnato sia sul campo umanitario (ad esempio con Amnesty International) che come testimonial per la difesa delle foreste pluviali.

Senza nulla togliere agli altri artisti del mondo della musica, però, uno dei personaggi di fama internazionale da sempre impegnati per la tutela dell'ambiente è il "loner" canadese Neil Young. Nato nel 1945 a Toronto e cresciuto tra le praterie e i laghi dell'Ontario (Omemee) e, più a Nord, del Manitoba (Winnipeg), segnato fin da piccolo da gravi problemi di salute, assorbì sin da subito la cultura "rurale" e "folk" dei luoghi frequentati.

Già con il suo primo gruppo, gli Squires (formati nel 1965), nel viaggio verso la Hudson Bay si accorse dell'avanzata scomposta della "civiltà del progresso" e dell'ingiustizia sociale che ha relegato in poche decine d'anni ai margini della povertà i nativi della "First Nation", il popolo indigeno originario che abitava le sconfinate praterie del Canada centro-orientale: "... osservare e rendermi conto di tutto ciò fu un'esperienza che non dimenticherò mai..." (N. Young, 2013). Una delle tante esperienze che lo portarono a scrivere nel 1975 la struggente "Cortez The Killer", leggendaria canzone di denuncia sulle violenze gratuite dei sanguinari conquistadores spagnoli.

Ci sono altri spunti interessanti nella movimentata vita del giovane Neil, situazioni che hanno poi formato le sue radicate convinzioni ecologiste e pacifiste. Senza però sconfinare in un racconto meramente biografico (vi rimando alle note bibliografiche e a questa sezione di un sito a lui dedicato da due giovani e bravissimi "seguaci" del loner canadese), entriamo nel tema di questo post con un paio di esempi di canzoni dedicate a temi ambientali e/o con messaggi legati alla necessità di salvare il nostro Pianeta:
- Mother Earth, vero e proprio inno ambientalista registrato nel 1990 riscritto sulle basi di una canzone folk, che potete ascoltare qui
- Be the rain, tratta dall'intenso album Greendale (2003) ed il cui testo può essere considerato il manifesto younghiano per la tutela dell'ambiente: "...Save the planet for another day...", come avrete modo di ascoltare qui
- Walk like a giant, magnifica long-song inclusa nel recente lavoro Psychedelic Pill (2012), una cavalcata elettrica spezzata da frasi che ricordano come il sogno giovanile di salvare il mondo si sia poi scontrato con una dura realtà:
"...Me and some of my friends
We were gonna save the world
We were tryin' to make it better
We were ready to save the world
But then the weather changed
And the white got stained
..."
La versione estesa (ben 16 minuti di canzone, tra chitarre elettriche & distorsori) vi aspetta qui

Spero, con queste poche righe, di aver "incuriosito" sia il lettore occasionale, capitato qui chissà per quale motivo, che i miei "affezionati" follower: Neil Young è un personaggio unico nel suo genere e il suo impegno va ben oltre le singole canzoni, come dimostra peraltro il progetto ribattezzato "LincVolt - Repowering the American Dream", che trovate ben descritto in questo sito web curato dallo stesso Neil che aggiorna di tanto in tanto la "Lincoln Gazette": si tratta, in poche parole, di una nuova generazione di auto di grossa cilindrata dotate di un motore elettrico alimentato ad etanolo derivante da biomassa di scarto (che, quindi, finirebbe o bruciato nelle centrali elettriche o in qualche discarica), con livelli ridottissimi di emissioni di gas inquinanti.
Un progetto che in questi ultimi due anni è diventato realtà, come avrete modo di leggere nel sito LincVolt e in un breve estratto in italiano che trovate qui.
Ma perché proprio un veicolo di grossa cilindrata? Non è un controsenso? Ce lo spiega lo stesso Neil:
"...continuo ad avere la sensazione che LincVolt possa dimostrare qualcosa di veramente importante su ciò che si può realizzare. Sto cercando di creare un'automobile di lusso ecocompatibile. Su ciò che vuole questo Paese sono realista. Le auto piccole non saranno mai il desiderio di tutti, perciò le auto grandi e i pickup devono essere sostenibili. Questo farà la differenza: le persone a cui piacciono i veicoli di lusso hanno la possibilità di pagare per questa innovazione e, se fosse disponibile, lo farebbero..." (N. Young, 2013). E, di certo, anche il mercato delle auto di media e piccola cilindrata si adeguerebbe a questa tecnologia.

Non è possibile non citare, infine, il lodevolissimo impegno sociale del cantautore, condiviso con l'attuale compagna Pegi: dall'organizzazione di serate di beneficenza per la raccolta fondi per il "Farm-Aid", così da sostenere l'agricoltura sociale (Neil è, peraltro, un fautore del biologico) come avrete modo di leggere qui, al finanziamento della scuola per bambini con gravi problemi fisici e di linguaggio legati a diverse forme di paralisi cerebrale, The Bridge School (fondata proprio da Pegi Young nel 1985), per "finire" con le battaglie pacifiste a suon di note taglienti e testi audaci (da "Love and war" a "Rocking on the free world").

Time fades away, è proprio vero! Lunga vita all'istrionico poeta dell'Ontario, oggi come ieri splendido interprete dei sogni di pace, giustizia e rispetto per l'ambiente che molti di noi cullano ancora tra cuore e mente.
Ad majora!

D.F.

Fonti consultate:
Neil Young, 2013. "Il Sogno di un hippie", trad. di "Waging Heavy Peace" (Feltrinelli Editore)
Neil Young, 2009. "The Archives Vol. 1 1963–1972". Reprise Records
Marco Grompi, 2003. "Neil Young 1963-2003: 40 anni di rock imbizzarrito". Editori Riuniti, 2003

Foto del post:
Alchemy Tour, concerto di Neil Young & Crazy Horse all'Ippodromo "Le Capannelle" di Roma (26.07.2013)

Post Scriptum: mi scuseranno, spero, i fan di Neil Young per le eventuali forzature e/o imprecisioni contenute in questo post ma... ognuno di noi ha i propri limiti! D'altra parte tutto è migliorabile e perfettibile, quindi... attendo correzioni e integrazioni, grazie :)

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venerdì, dicembre 28, 2012

Terra rubata e, per giunta, anche a rischio!

Nelle Marche dal 2000 al 2010 abbiamo perso quasi il 7% della superficie agricola a vantaggio di asfalto & cemento, con la conseguente chiusura del 24% delle aziende agricole. Aggiungiamo il fa...tto che il 99% dei comuni marchigiani è classificato "a rischio idrogeologico" (Studio della Direzione Generale per la difesa del suolo - Ministero dell'Ambiente, 2008) per frane & alluvioni e che ben poco, anzi... nulla (dato che si continua a costruire in zone a rischio), è stato fatto per mitigare e/o compensare il rischio... Se lo dicono anche gli ingegneri, poi... c'è da credergli. No?
Che dite, nel 2013 i politicanti investiranno qualche eurino in prevenzione e difesa dell'ambiente? Per maggiori informazioni vi rimando a questi link: Il report del 2008 del Ministero dell'Ambiente (documento pdf): Dossier "ecosistema a rischio - Marche", Dipartimento nazionale della Protezione Civile e Legambiente, 2010 (pdf): L'ultimo e più recente dossier "Ecosistema a rischio - Anno 2011", Dipartimento nazionale della Protezione Civile e Legambiente Buona lettura. E indignatevi, possibilmente senza restare indifferenti e/o in silenzio: buon 2013! ^__^

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giovedì, ottobre 11, 2012

Ci siamo veramente stancati di questa politica!!!

In tutta sincerità, non so dire se chi ci governa abbia tutte le rotelle al posto giusto (e colpisca scientemente certe categorie già abbondantemente bistrattate) o se stiano parando colpi alla rinfusa (mettendo però KO quasi sempre le fasce più deboli, i redditi dipendenti, la cultura, la tutela ambientale, la sanità pubblica...).
Da diversi anni detesto parlare di "politica", provo un profondo senso di disgusto: quando, però, ti toccano su certi "argomenti" che ti stanno a cuore con il solito arrogante e tracotante modo di fare - poi argutamente pubblicizzato nei mass-media quale straordinaria epopea moderna di risanamento dei conti e di risorgimento economico (operato con tagli lineari che sfiorano appena le "caste", chissà come mai...) - sento trasudare "solo" fiele e indignazione! Ma come si può restare indifferenti e ignavi di fronte al ripetuto taglio dei fondi per l'assistenza di chi sta veramente male? Come ingoiare senza batter ciglio atti che stanno spingendo verso l'eutanasia di Stato ciò che resta di buono della scuola pubblica e della cultura? Come restare inermi e indifferenti quando a rimetterci sono sempre gli stessi ("noi" gente comune che paga le tasse per avere servizi pubblici efficienti, che crede nella giustizia, nella solidarietà, nella condivisione di risorse&cultura, nella sobrietà...)? E c'è chi siede su poltrone di comando che pur avendo rubato, corrotto, distratto, consumato, danneggiato, usurpato... resta fermo al suo posto o, male che vada, passa da uno scranno all'altro: a questi ed altri "signori" da noi stipendiati, però, lo Stato (cioè i nostri rappresentanti) non taglia nulla. Io - come molti altri - non ho più parole. E questo è un brutto segno, perchè quando finiscono le parole...

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giovedì, agosto 30, 2012

Un appello da sottoscrivere e da divulgare!

Sono passati alcuni anni da quando il prof. Fabio Taffetani, ordinario di Botanica presso la Facoltà di Scienze Agrarie dell'Università Politecnica delle Marche, aveva messo in rete questo documento.
Bene, se è vero che le grandi conquiste in campo sociale ed ambientale nascono dal basso... come non condividere questo appello? Leggete e, se condividete, firmate e divulgate urbi et orbi! E ricordate che... resistenza è resilienza ^__^ ------testo dell'appello------- Sembra proprio che, 50 anni dopo la pubblicazione di Primavera silenziosa, la maledizione della pazzia autodistruttiva che Rachel Carson presagiva, già all’inizio degli anni sessanta, osservando i primi effetti dell’abuso irrazionale della chimica nelle campagne americane (Silent Spring, 1962), stia giungendo alle sue fasi più preoccupanti anche nelle nostre regioni italiane, un territorio che dovrebbe avere cultura, tradizioni, prodotti della terra, paesaggio e ambiente tra le risorse più preziose e condivise. Ci sono sempre più agricoltori che abusano sistematicamente di questa pratica (spesso del tutto inutile, oltre che dannosa per noi e per gli ambienti naturali), ma che utilizzano il diserbo anche al di fuori delle aree coltivate, distruggendo gli habitat erbosi delle fasce non coltivate. Anche semplici cittadini irrorano le fasce erbose sotto casa con erbicidi per evitare lo sviluppo delle erbe infestanti. La pratica del diserbo, nata per il controllo delle commensali in agricoltura, erroneamente considerata come alternativa allo sfalcio, viene ora proposta da amministrazioni locali, ANAS e Società Autostrade, grazie al sostegno delle industrie chimiche che producono il diserbante più aggressivo e meno selettivo oggi sul mercato (il glyphosate), per la manutenzione sistematica delle strade pubbliche (a volte con la scusa di combattere le allergie da polline, ma in realtà, anziché ridurre le fonti di produzione di polline, se ne determina un aumento significativo con la proliferazione di graminacee e di neofite), ben sapendo che, una volta effettuato il primo trattamento, si dovrà continuare questa pratica anche negli anni successivi per evitare la proliferazione delle erbe più aggressive, libere di espandersi, in seguito alla scomparsa della vegetazione matura che presidiava il terreno. Solo gli addetti ai lavori, e una minoranza di cittadini bene informati, oggi sanno che una pratica corrente dell’agricoltura del nostro tempo è il diserbo chimico. Le cosiddette erbacce non vengono più estirpate manualmente o meccanicamente, come accadeva in passato, ma la loro distruzione è affidata a molecole chimiche che si incaricano di annientare il loro sistema ormonale, lasciando in vita le colture utili. Si tratta di una pratica che ha cominciato a diffondersi nel nostro Paese all’indomani della seconda guerra mondiale e che ormai è accettata universalmente come una consuetudine normale. Essa offre infatti la possibilità di risparmiare lavoro e quindi di ridurre i costi aziendali. Fa parte quindi delle innovazioni tecniche inaugurate dall’agricoltura industriale nel XX secolo, che hanno reso la nostra agricoltura sempre più competitiva ma al tempo stesso i nostri agricoltori sempre più subordinati all’industria chimica e soggetti a margini decrescenti di profitto. Oggi, anche su piccoli appezzamenti di terreno, in ogni regione d’Italia, si pratica sistematicamente questa operazione di avvelenamento selettivo del terreno per avere campi privi di erbe indesiderate. Può capitare che persino il personale dei comuni e delle provincie, incaricato di tenere sgombri i bordi delle strade, ricorra a simili mezzi, oltre al decespugliatore meccanico. Chi possiede gli strumenti per leggere il paesaggio e le condizioni del terreno, girando per le nostre campagne può scorgere le tracce visibili della silenziosa guerra chimica oggi in corso. Sempre più frequentemente gli interfilari di vigneti e frutteti appaiono completamente nudi, salvo radi ciuffi d’erba rosseggianti che sembrano sopravvissuti al passaggio del fuoco. Tutto ciò nonostante l’agricoltura biologica abbia da tempo scoperto e sperimentato – valorizzando vecchi saperi contadini – i vantaggi del mantenimento controllato dell’erba nel campo (inerbimento). Questa pratica infatti assicura la difesa del suolo dall’azione della pioggia battente e dai processi di erosione, la conservazione dell’humus e della vita biologica del terreno, la difesa della biodiversità, una crescita più sana delle piante, una superiore qualità organolettica dei frutti, ecc. Ma il ricorso al diserbo chimico continua anche perché esso fa parte di un sistema che ha finito coll’imporre le regole del profitto anche all’ambito incomprimibile della vita. L’agricoltura industriale, infatti, ha abolito le antiche rotazioni delle colture – con le quali si curava la fertilità del terreno e si conteneva la proliferazione delle erbe spontanee – e ha affidato interamente alla chimica il compito di produrre, con i concimi di sintesi, i prodotti agricoli, e di distruggere le piante indesiderate con i diserbanti. Questi ultimi fanno dunque anche parte di un circolo vizioso che agli effetti indesiderati prodotti dall’alterazione degli equilibri naturali risponde con una ulteriore assoggettamento della vita organica alla chimica. Ebbene, a parte le considerazione esposte, ci sono almeno quattro fondamentali ragioni per dire basta a questo modo violento e barbarico di fare agricoltura: 1) I diserbanti sono altamente nocivi alla salute umana, soprattutto degli agricoltori che li usano. Alcuni componenti come il 2,4 _ D e il 2,4,5 _ T (quest’ultimo presente nei defolianti usati dagli americani nella guerra contro il Vietnam) sono gravemente indiziati di ingenerare tumori e i linfomi-non-Hodgkin (H. Norberg-Hodge/P. Goering/ J. Page, From the ground up. Rethinking industrial agricolture, Zed Books, London 2001, p. 19). Una campagna dove sempre più frequentemente circolano tali veleni è destinata a diventare un luogo altamente insalubre tanto per gli agricoltori che per tutti noi; 2) I diserbanti non solo sono gravemente nocivi alla fauna dei campi (uccelli, serpi, talpe, ricci, rospi, grilli, cicale, ecc.) ma sopprimono anche gran parte della vita biologica del terreno. E il terreno non è un semplice supporto neutro per le coltivazioni, quale lo ha reso l’agricoltura industriale, ma un organismo vivente su cui crescono le piante da cui ricaviamo il nostro cibo. Esso è, a pensarci bene, la base stessa della vita, di ogni vita sulla terra. È difficile immaginare che possa sopportare a lungo l’avvelenamento chimico selettivo dei diserbanti. Così come appare difficile immaginare che si possano produrre alimenti sani da un habitat in cui la vita viene così sistematicamente perseguita. 3) I diserbanti inquinano gravamente le falde acquifere. Noi non sappiamo che cosa succederà – e che cosa succeda già adesso – delle fonti da cui i comuni attingono le risorse idriche per distribuire l’acqua potabile ai cittadini. Dopo anni di diserbo chimico sempre più intenso è facile prevedere che i veleni saranno diffusamente presenti nelle nostre falde. Ora, che una delle risorse più preziose della nostra vita e delle nostre economie, bene sempre più scarso, risorsa strategica per il futuro, debba essere distrutta da una delle pratiche più dissennate che l’uomo abbia immesso nell’agricoltura recente è un paradosso che ripugna a ogni elementare buon senso. 4) Infine, un paradosso a cui la scienza e la tecnica, nel corso dell’età contemporanea, ci hanno spesso abituati. I diserbanti si rivelano alla lunga inutili e controproducenti per lo stesso fine per cui sono utilizzati. Riporto le testimonianze di due esperti italiani, appartenenti all’ambito dell’agricoltura convenzionale: «L’introduzione della pratica del diserbo chimico ha provocato una profonda modifica della struttura della vegetazione spontanea. I tratti fondamentali di questo cambiamento possono essere riassunti da una parte nella riduzione della ricchezza floristica e dall’altra nell’abbondanza di un numero ristretto di specie. Pertanto, negli agro-ecosistemi si è ridotto il numero totale di specie infestanti e quelle adattatesi alle nuove condizioni imposte dalla tecnica, per un fenomeno di compensazione, hanno assunto una elevata densità di individui. Il risultato di questo processo è stato un progressivo avvicinamento ecofisiologico tra malerbe e colture, fino ad arrivare, in pratica, a strette associazioni tra specie infestante e specie coltivata, che rendono poco efficaci i trattamenti chimici. Le infestanti sono riuscite ad evolvere strategie ecologiche per sfuggire all’azione dei trattamenti. Si deve infatti tener conto che il diserbo chimico è in grado di colpire solo la quota di infestazione in atto, ma lascia sostanzialmente indisturbata quella non visibile, definita potenziale, dovuta ai semi e agli organi di propagazione agamica presenti nel terreno. L’infestazione potenziale può rappresentare oltre il 90% dell’infestazione totale» (P. Catizone-G. Dinelli, Il controllo della vegetazione infestante, in Accademia Nazionale di Agricoltura, L’agricoltura verso il terzo millennio attraverso i grandi mutamenti del XX secolo, Edagricole, Bologna 2002, pp. 596-97). La pratica del diserbo chimico rappresenta una delle procedure alla lunga più inutili, inquinanti, dannose e costose (per gli agricoltori e i consumatori) oggi presente nell’agricoltura del nostro tempo. Essa va integralmente estirpata dalla nostra agricoltura e ancor più nell'utilizzazione al di fuori delle aree coltivate come una delle scelte più sbagliate ed infauste della tecno scienza contemporanea. Non c’è alcuna ragione perché tale forma di avvelenamento delle nostre campagne duri un giorno in più. Il risparmio di lavoro che il diserbo chimico consente, rispetto a quello meccanico, non può più essere calcolato in termini puramente aziendali o economici, come è stato fatto dissennatamente finora. Se nel computo si immettono i molteplici costi sociali, economici, biologici, ambientali che il suo uso comporta, il bilancio mostra la sua non più occultabile cecità. Fabio Taffetani

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