Natura et Ratio

giovedì, settembre 07, 2023

Il folletto dei fiumi: rivedremo mai la Lontra eurasiatica nei Sibillini?

 “Con la luna piena e luminosa le lontre andavano a cacciare il pesce nella Gora del Tunnel. I cuccioli avevano due mesi ed avevano imparato ad infilarsi nell’apertura interna della tana e correre lungo la radice, per ruzzare sulla riva erbosa. Una notte, mentre stavano baruffando attorno alla base di un frassino, udirono il fischio della madre. Il grido non era acuto come il richiamo del maschio alla compagna, ma simile a dita umide sfregate su una lastra di vetro. Immediatamente, Tarka smise di mordere la coda della sorella più piccola, e la terza cessò di rodergli il collo. In tutta fretta scivolarono sulla radice ed entrarono nella tana. La femmina li stava aspettando con una trota in bocca

(brano tratto da “Tarka la Lontra”, di Henry Williamson)

Animale elusivo, che pochi hanno avuto la fortuna di vedere dal vivo in natura, la Lontra eurasiatica (Lutra lutra) abitava anche nella nostra regione, le Marche, fino agli anni ’70 del secolo scorso. Ne avevo accennato in questo articolo: gli ultimi esemplari di questo bellissimo ed agile folletto nei Sibillini sono stati sterminati, lungo il Tenna, tra il 1960 e il 1970. Già l’indimenticato prof. Bernardino Ragni, insigne zoologo umbro, nel 1975 ricordava che << … era data per frequente in tutta la valle del Tenna (Gola dell’Infernaccio), da Capo Tenna ad Amandola; in un sol giorno e nello stesso posto, nei pressi di Montefortino Ignazio Rossi Brunori uccideva ben 7 lontre, probabilmente un gruppo familiare… >>. Considerato che una famiglia occupa, come territorio, anche decine di chilometri di un piccolo fiume, è verosimile che quel giorno la popolazione di lontre dell’alto Tenna ebbe il colpo di grazia ad opera di un cacciatore di Montefortino.


La scomparsa di questo predatore è stato un fatto gravissimo dal punto di vista scientifico e conservazionistico, oltre che ecologico, ma – come scriveva nel 1992 il prof. Massimo Pandolfi, zoologo pesarese anch’egli recentemente scomparso – “fino a quando si manterranno le attuali condizioni culturali e di habitat degli ambienti umidi regionali non è possibile neppure pensare ad una sua reintroduzione”. Cultura (naturalistica) e habitat (da ripristinare): le due chiavi di volta per “sognare” un ritorno della specie anche nella nostra regione!

In Italia la Lontra, tra le specie più minacciata della fauna del nostro Paese, è oggi ancora presente lungo corsi d’acqua non inquinati che presentano estesi boschi ripariali: si tratta, ad ogni modo, della popolazione tra le più piccole ed isolate d'Europa, con gruppi familiari di pochi individui. La ritroviamo in Basilicata, Campania, Calabria, Puglia e, in particolare, nei fiumi Picentino, Calore lucano, Sele, Tanagro, Calore irpino, Ofanto, Alento, Mingardo, Bussento, Bradano, Basento, Cavone, Agri, Sinni, Noce, Lao e fiumara di Atella. È presente pure in Abruzzo e in Molise (bacino del Sangro e alto bacino del Volturno), in alcune stazioni isolate del Lazio (fiume Garigliano). Nel Nord Italia, se si esclude il progetto di reintroduzione nel Parco del Ticino, la presenza è limitata ad alcune aree di risorgiva del Friuli-Venezia Giulia e in Alto Adige, lungo il Drava (e affluenti), questi ultimi nuclei provenienti verosimilmente dai vicini bacini austriaci; ci sono, infine, recenti segnalazioni per il Parc National du Mercantour francese e questo fa ben sperare per i vicini bacini piemontesi e liguri dove la specie era presente fino al secolo scorso.

Mammifero mustelide con abitudini acquatiche, il suo habitat ideale è quello dei biotopi dulciacquicoli di pianura e di montagna, come laghi, stagni, torrenti, fiumi, lagune, fino a circa 1500 m di quota, confermandosi predatore formidabile di pesci e macro-invertebrati d’acqua dolce. Ed è proprio per questa sua abilità che è entrata in competizione con l’essere umano, per cui negli ultimi 150-200 anni la convivenza con Homo sapiens non è stata per nulla facile (basti pensare che fino agli anni ’50-’60 del secolo scorso alcuni pescatori offrivano una ricompensa in denaro a chi dimostrava di aver ucciso una o più lontre); aggiungiamo anche il fatto che, soprattutto durante il XX° secolo, questo animale era oggetto di caccia anche per la sua pelliccia… e il quadro, abbastanza negativo, si completa.

Un individuo adulto può raggiungere anche i 120 cm di lunghezza, compresa la coda lunga e affusolata, per un peso che varia dai 6 ai 15 kg. Presenta adattamenti idonei alla vita subacquea, frutto di millenni di selezione naturale: testa appiattita, con orecchie molto piccole e arrotondate, occhi provvisti di un particolare meccanismo di accomodamento del cristallino (che le permette di vedere bene anche in immersione), zampe corte con piedi palmati, folta pelliccia con “peli di guardia” che proteggono un sottopelo fitto e morbido (accorgimento che permette di trattenere uno strato d'aria isolante intorno al corpo anche rimanendo in acqua per molto tempo).

Generalmente le femmine partoriscono da 2 a 4 cuccioli che divengono autosufficienti verso i 6-9 mesi, completando lo sviluppo attorno ai 2 anni. Gli esemplari adulti vivono isolati o in piccoli gruppi familiari, tuttavia le femmine mantengono la prole per molto tempo. La durata della vita media oscilla tra i 13 e i 15 anni. 

La Lontra è un animale che ama dedicare molto tempo al “gioco”: gli etologi descrivono scene ripetute di rotolamenti sulle rive fangose, a volte utilizzando tronchi quali scivoli improvvisati, e “gare” di tuffi; è stata anche osservata prendere sassi e gettarli in acqua, per poi “correre” a ripescarli.

Le principali minacce per la specie sono l’inquinamento delle acque, il depauperamento della fauna ittica (mancanza di biomassa), la cementificazione e la rettificazione degli argini, la riduzione dei boschi lungo le sponde dei corsi d’acqua, le collisioni con gli autoveicoli e le uccisioni illegali dovute anche al conflitto con la pesca e l’allevamento ittico (cfr. Panzacchi et al., 2010).

Dal punto di vista normativo Lutra lutra è protetta dalla Convenzione di Berna del 1979 (Appendice II), dalla Direttiva “Habitat” 92/43/CEE (Appendici II e IV) ed è inclusa nell’Appendice I della CITES. In Italia è legalmente protetta dal 1977.

Per quel che riguarda il rischio di estinzione su scala globale e nazionale, viene indicata come “quasi minacciata” (NT - Near Threatened) nella “Red List” della IUCN, mentre nella “Lista Rossa” dei vertebrati italiani” la specie è considerata “in pericolo” (En – Endangered). 

Secondo gli specialisti che si occupano da tempo della tutela della lontra, per assicurare una concreta protezione delle residue popolazioni occorre mantenere e migliorare la qualità dell’ ambiente attraverso la conservazione (o il ripristino) della vegetazione ripariale, la rinaturalizzazione delle opere di arginatura artificiale dei corsi d’acqua, la regolamentazione dell’ attività estrattiva dal greto e dalle rive dei fiumi, il controllo dell’inquinamento delle acque, il ripristino qualitativo e quantitativo dei popolamenti ittici per garantire una soddisfacente disponibilità alimentare per la specie (e per evitare conflitti con i pescatori), la tutela delle vie di dispersione degli individui tra i bacini idrografici. C’è da considerare, infine, che una decina di anni fa la popolazione complessiva di lontre in Italia veniva stimata in circa 300 – 600 esemplari, con timidi segnali di espansione geografica: mettere in atto gli interventi di cui sopra non sarà facile, ma il compito più arduo sarà quello di investire in cultura naturalistica per essere “pronti” a garantire un futuro a questa e ad altre specie simbolo.

Oggi i tempi sono cambiati, l’habitat della lontra anche. Resta sempre un filo di speranza e le domande aperte che molti, specialisti e non, si pongono sono essenzialmente queste: potrebbe questo mustelide tornare ad immergersi nelle acque dei nostri ruscelli? E come fare per ridurre gli eventuali “conflitti” con i pescatori della zona? Come integrare il ritorno della lontra con il progetto Life Plus “Trota”, che ha visto l’Ente Parco nazionale dei Sibillini tra i soggetti capofila per recuperare e conservare il ceppo autoctono di Trota mediterranea (Salmo trutta macrostigma), una delle prede preferite da questo carnivoro?

Prima di pensare ad eventuali risposte, proviamo solo ad immaginare cosa potrebbe significare fare un’escursione nelle Gole dell’Infernaccio o in quelle del Fiastrone e trovarsi di fronte, come un folletto, questo agilissimo mustelide.

Sognare, a volte, non può che far bene.


Principali fonti consultate (utili anche come spunti di lettura per approfondire il tema):

Ottaviani, D., Panzacchi, M., Jona Lasinio, G., Genovesi, P., Boitani, L., Lasinio, G.J. & Jonalasinio, G. (2009) Modelling semi-aquatic vertebrates’ distribution at the drainage basin scale: The case of the otter Lutra lutra in Italy. Ecological Modelling: 220, 111–121

Panzacchi M., Genovesi P. & Loy A., 2010. Piano d’azione nazionale per la conservazione della Lontra (Lutra lutra). Ministero dell’Ambiente, ISPRA, pp. 211

Pandolfi M., 1992. Fauna nelle Marche. Mammiferi e uccelli. Regione Marche, Il Lavoro Editoriale, pp. 144.

Williamson H., 1989. Tarka la lontra. Edizioni F. Muzzio, pp. 199

Sito web “Lontra Italia – Italian otter network”, consultato il 4/8/2023: https://lontraitalia.com/ 

Sito web “Piemonte Parchi”, consultato il 4/8/2023: http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php/natura/item/3603-evviva-la-lontra-regina-del-fiume 

Siti web https://www.iucn.it  e  https://www.iucnredlist.org/ 

- - -

L'immagine a corredo di questo articolo è stata scattata dall’autore presso il Centro Acqua e Biodiversità di Rovenaud, Parco Nazionale del Gran Paradiso, estate 2022.


Etichette: , , , , , , , , , , , ,

giovedì, giugno 02, 2022

Un piccolo tesoro (a rischio) nei Sibillini: il Chirocefalo della Sibilla

Anche nell'Appennino centrale abbiamo ambienti "estremi", caratterizzati da condizioni ambientali che limitano a pochi giorni la possibilità di svolgere appieno il ciclo vitale di alcuni piccoli organismi (in questo caso si tratta di crostacei d'acqua dolce). E' il caso del laghetto effimero di "Palazzo Borghese", nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, e di un suo piccolo-grande tesoro: la specie endemica Chirocephalus sibyllae, il Chirocefalo della Sibilla, parente del più "famoso" Chirocefalo del Marchesoni (che vive nel "vicino" lago di Pilato).



Questo recentissimo articolo, frutto di anni di ricerca, fa il punto della situazione ed evidenzia le principali problematiche cui questa specie (e la comunità zooplanctonica di questo laghetto effimero) deve fronteggiare.

In particolare, i cambiamenti climatici legati alle attività antropiche possono portare al ripetersi, in tempi molto (troppo) ravvicinati, di eventi molto impattanti (quali la scarsità di precipitazioni invernali/primaverili o temperatura sopra-media nel mese di maggio) che - per quanto questi organismi abbiano evoluto adattamenti sopraffini viste le condizioni estreme di vita - ne compromettono la riproduzione e la sopravvivenza!

Insomma, abbiamo dei veri e propri "termometri ambientali" che rafforzano la necessità e l'urgenza di intervenire su scala locale e globale con politiche ambientali volte alla sostenibilità delle attività umane e alla tutela della biodiversità.


- - -

[la foto del post è tratta dal video pubblicato nella pagina youtube del Parco nazionale dei Monti Sibillini]

- - -

#Clima #cambiamenticlimatici #Sibillini #ChirocefalodellaSibilla #Chirocephalussibyllae #fauna #monitoraggi #zoologia #biodiversità #ricerca #politicheambientali #sostenibilità

https://www.mdpi.com/2073-4441/14/11/1750  

Etichette: , , , , , , , , , , ,

sabato, giugno 26, 2021

Per una piena tutela del "capitale naturale"

Ci sono luoghi, sull'Appennino come sulle Alpi, che più di altri meritano la piena tutela di habitat, biodiversità, risorse naturali (acqua in primis): un "capitale" che non possiamo continuare a saccheggiare impunemente, "senza se e senza ma", per interessi meramente privati o per faraoniche mire speculative.


La vera transizione ecologica, e l'adattamento ai cambiamenti climatici (con misure di mitigazione da adottare nelle piccole come nelle grandi città), sono le sfide che si vincono oggi: domani sarà già troppo tardi. Ma la #politica (a tutti i livelli) non sembra ancora aver compreso il dramma che già oggi stiamo vivendo, tra "catastrofi naturali" (alluvioni, siccità, pandemie, ecc.) e sperpero di denaro pubblico in interventi dalla dubbia utilità e opere anacronistiche. Ogni riferimento al PNRR (e ai progetti che saranno finanziati) è decisamente voluto.  

Nel video#montidellalaga  #parconazionalegransassolaga #cascatadellamorricana #acqua #ambiente #natura #habitat #biodiversità 


Etichette: , , , , , , , , , , , ,

mercoledì, aprile 29, 2020

Un'attenzione in più

Nonostante i mille problemi che ci attanagliano (c’è chi sta soffrendo più di altri e sono il primo ad esserne dispiaciuto) e con la rinnovata speranza di tornare quanto prima ad abbracciare i nostri affetti e di rimettere in moto le nostre variegate attività (professionali, culturali, sportive, hobbistiche), sempre nel nel rispetto delle norme igieniche e sanitarie richieste dalle situazioni contingenti, confido in un passo in più.
In una svolta, forse. O in un’attenzione particolare, se volete.

In questo periodo, con le poche eccezioni che conosciamo, siamo rimasti “confinati” entro le quattro mura di casa, ritrovandoci – di fatto – quasi del tutto impotenti ma uniti nell’aiutare concretamente in primis chi si preoccupa della tutela della salute. Rabbia e inedia a parte, che spero non abbiano preso il sopravvento, abbiamo avuto modo di riflettere – chi più, chi meno – sui ritmi della nostra vita e sull’importanza di apprezzare anche le piccole cose. E, magari, anche sul “piacere” (…necessità, in questa fase) di fare molte cose con lentezza e con più attenzione. Ecco. A proposito di fare le cose con più attenzione: perché non portare questa attenzione anche “fuori casa”, terminata o meno che sia l’emergenza, quando si tornerà “operativi”?
Una prima attenzione particolare, che molti di noi stanno già avendo “indoor” presumo, potremmo dedicarla al nostro Pianeta partendo dal più vicino “fuori casa” che abbiamo: il nostro territorio, i nostri ambienti, la nostra… casa (in senso lato). In questi due mesi la natura ha seguito il suo corso e anche nelle nostre zone, con meno persone in giro, si sono palesate – ad esempio – molte più “presenze animali”. E’ verosimile ritenere che due mesi siano un periodo di tempo troppo breve per “disabituare” o ridurre certi comportamenti di millenaria istintiva diffidenza e paura verso l’uomo e le sue “diavolerie”. Ma… fare più attenzione e, in questo caso, rallentare le corse in auto non può che prevenire spiacevoli conseguenze e abituarci, invece, a guardare al mondo sentendoci “co-inquilini” e non spietati o indifferenti “dominatori” di questo Pianeta.

Etichette: , , , , , , , , , , , ,

sabato, ottobre 01, 2016

Addio agli olmi?

Con l’inizio di ottobre si entra a tutti gli effetti in autunno e le piante caducifoglie iniziano ad indossare “vestiti” giallo-arancioni prima di spogliarsi del tutto, assumendo il tipico habitus invernale. Se vi siete guardati bene attorno, però, da qualche anno a questa parte c’è un albero tipico del nostro paesaggio rurale che già in tarda primavera ingiallisce anzitempo e si secca quando è ancor troppo “giovane” per trasformarsi in necromassa.
Si tratta dell’Olmo campestre (Ulmus minor), pianta sacra per il “dio dei sogni” - Morfeo - secondo quanto viene riportato da Virgilio nell’Eneide, dai buffi semi simili a piccoli dischi volanti che una volta i bambini chiamano “pane del maggiolino”. Diffusa in Europa continentale, Asia mediterranea e America settentrionale, cresce nei boschi e nei terreni incolti, lungo il greto dei ruscelli e in zone tipicamente rurali. Quando si trova isolata, tra campi coltivati e casolari, può raggiungere dimensioni notevoli e avere una chioma decisamente ampia: in passato, contadini e braccianti approfittavano della “meriggia” offerta da esemplari maestosi di questa pianta per rifocillarsi e riposarsi. Su tutti, il famoso “Olmo bello” (o Olmo di Lando, in località Casine di Ostra) ben conosciuto nell’hinterland senigalliese, raffigurato in immagini d’epoca dalle quali non si riesce ad apprezzare i 28 metri d’altezza e i 110 metri di circonferenza della chioma.
Osservando le nostre campagne, specialmente tra le province di Macerata e Ancona, avrete notato in questi ultimi anni la diffusa moria che riguarda questa pianta. L’olmo campestre è una specie tra le più suscettibili alla fitopatia denominata “grafiosi”, malattia è causata da un fungo ascomicete di origine asiatica, Ophiostoma ulmi s.l., che già all’inizio del secolo scorso devastò rapidamente le popolazioni di olmo europee e nordamericane.
Il fungo patogeno agisce entrando in contatto con le piante sane nella porzione superiore della chioma per il tramite di alcuni insetti scolitidi, piccoli coleotteri che compiono il loro ciclo biologico ignari e inconsapevoli di diffondere la malattia volando da olmi malati verso olmi sani.
Dal momento dell’inoculazione si osserva rapidamente la comparsa di foglie gialle e avvizzite su tutta la parte alta della chioma, per poi appassire in poco tempo: lo sviluppo dei sintomi è più intenso nel periodo primaverile che in estate, e colpisce in maniera più forte l’Olmo campestre e meno altre specie, quali l’Olmo montano.
Dopo la prima ondata epidemica, a partire dal 1970-75 la malattia ha avuto nel centro Italia una forte recrudescenza a seguito dell’introduzione di ceppi virulenti dal Nord America, con gravi danni all’economia, all’ambiente e soprattutto al paesaggio caratteristico delle zone rurali e peri-urbane. Oggi, dopo una breve “tregua”, eccoci ancora sul campo a dover contare i danni di questa malattia sempre più aggressiva: nella sola vallata del Tronto, dove recentemente è stata portata a termine una ricerca per una tesi universitaria, è stata registrata la scomparsa quasi totale di esemplari adulti, fatta eccezione per alcuni individui di età superiore ai 50 anni in alcuni comuni montani. E nel maceratese la situazione non è dissimile, purtroppo.
Addio agli olmi, dunque? Non è ancora detto!
I botanici impegnati in programmi di ricerca genetica condotti in alcuni istituti scientifici, tra i quali, in Italia, l’Istituto per la Protezione delle Piante del CNR (IPP), hanno selezionato piante resistenti alla grafiosi. Ad oggi sono cinque i cloni di olmo resistente alla grafiosi che l’IPP ha brevettato, e tra questi segnaliamo il clone ribattezzato “Morfeo”.
Grazie all’utilizzo di varietà resistenti, sia da parte delle amministrazioni pubbliche che dei privati, l’olmo si potrà riappropriare dei propri spazi, inizialmente nei contesti ornamentali e poi in ambienti peri-urbani. Più lungo, secondo i ricercatori, il processo che porterà ad un recupero nel contesto rurale e boschivo: per il momento, dunque, saremo costretti a vedere un progressivo declino di uno dei simboli dell’ambiente di casa nostra.
Ma non dobbiamo restare passivi, perché disinteresse e indifferenza causano danni ancor peggiori di quelli che già registriamo. Quello che nel nostro piccolo possiamo fare, da cittadini attenti alle problematiche ambientali, è, tra le altre cose:
- segnalare agli enti competenti (Assessorato all’Agricoltura e Foreste della Regione - qui nel caso delle Marche - , centri di ricerca come l'ASSAM, Corpo Forestale dello Stato) la diffusione di questa malattia nella propria zona, nell’ottica della “citizen science ”;
- evidenziare alle amministrazioni e ai politici di riferimento la necessità di incentivare la ricerca scientifica in ambito botanico e fitosanitario (per raccogliere e selezionare il germoplasma di esemplari di olmo ancora in vita nei punti più colpiti dalla grafiosi nella nostra regione);
- promuovere, con l’aiuto degli enti di ricerca e di vivai specializzati, una graduale ripiantumazione delle varietà resistenti. C’è ancora molto da fare per cercare di salvare questo imponente albero su cui - secondo il poeta Virgilio - albergano i sogni dell’umanità, appesi sotto alle sue fronde.

Bibliografia essenziale di approfondimento

Biondi E. & Baldoni M.A., 1996. Natura in provincia di Ancona. Guida alla conoscenza e alla conservazione del territorio. Provincia di Ancona, Assessorato all’Ambiente.

Pascali G., 2010. Monitoraggio sulla diffusione della grafiosi dell'olmo nella vallata del Tronto (AP). Università degli Studi di Firenze, corso di Laurea in Scienze Forestali e Ambientali.

Etichette: , , , , , , , , , , ,

mercoledì, aprile 27, 2016

La meraviglia "multicolore" (...del microcosmo floristico ruderale)

Sfuggono quasi sempre allo sguardo dei più, viste le piccole dimensioni e - almeno a prima vista, specialmente in assenza di fiori - una scarsa appariscenza.
Conosciute semplicemente come erbacce, termine dispregiativo che le accomuna in un alone di sprezzante (...e apparente) inutilità. Vivono umilmente e in forma prostrata ai margini (di campi, giardini, orti, strade, muretti a secco e manufatti), tanto da essere definite in termini botanici specie "ruderali" (o anche "rudero-nitrofile").
Le più "fortunate" finiscono nel dimenticatoio, senza mai avere l'onore di essere chiamate con il loro vero nome. Le altre vengono estirpate senza pietà o finiscono i loro giorni bagnate a morte da una pioggia di erbicidi.
Eppure ci "seguono" da parecchi secoli, da quando l'uomo ha iniziato a modificare - prima in modo discreto, poi con metodi tutt'altro che leggeri e su estensioni via via maggiori - l'ambiente naturale.

Lasciando i toni "cupi" (...comunque ironici ), se osservate da vicino queste piante offrono, in fase di fioritura, spettacoli cromatici tra i più belli in assoluto: qui sotto c'è un'immagine di una (splendida) Buglossoides, piccola boraginacea in fiore proprio in questo periodo qui dalle mie parti.
Le piante ruderali presentano speciali adattamenti morfologici e biologici per vivere su substrati per lo più poveri di terra. Alcune si trovano solo in Italia ed esclusivamente in poche stazioni prettamente urbane, colorando di bianco, rosso, azzurro o arancione vecchie mura perimetrali, ruderi di epoca romana (dal Colosseo all'Arena di Verona), bordi di strade interpoderali.
Crescendo in piccoli nuclei o isolate, con radici piccole, sottili e superficiali, non sono in grado di danneggiare in modo significativo i manufatti quindi... una loro presenza "non invasiva" può essere tranquillamente tollerata.
E' dalla metà dell'ottocento, peraltro, che la flora ruderale richiama l'attenzione dei botanici di tutto il mondo, tanto che sono uscite, anche recentemente, rassegne sistematiche ed atlanti floristici di distribuzione relativi a singole città.

La prossima passeggiata, che sia nella periferia di una grande città o lungo un viottolo di campagna, provate ad indossare "altri" occhi e, senza per forza essere dei botanici specialisti, fermatevi per qualche istante ad osservare il microcosmo multicolore attorno a voi. E giocate a classificare, manualetti tascabili alla mano, questa o quella specie che più attira la vostra attenzione.
Ad majora

Etichette: , , , , , , , , , ,

domenica, agosto 09, 2015

C'è più plastica che fitoplancton negli oceani!

Estate, mare, acqua cristallina e... rifiuti :/

Lo sapevate?
C'è più plastica che fitoplancton negli oceani: ben 46.000 pezzi galleggianti per ogni chilometro quadrato di oceano (Fonte: UN Environmental Programme).
Nel complesso gli scienziati stimano che ci sono 100 milioni di tonnellate di detriti di plastica in mare, tanto che ogni organismo marino, dai più piccoli filtratori alle balene, sta consumando plastica!
Uno dei modi migliori per contribuire a mantenere l'idrosfera marina pulita è quello di evitare di trattare il nostro Pianeta come un enorme "bidone della spazzatura": la busta o un pacchetto di plastica abbandonato fuori da un negozio prima o poi finisce in un fosso e poi in mare, e il danno è fatto!

[Photo Credit: One Green Planet]

http://ecochiccayman.com/2015/07/22/the-ocean-is-not-a-trash-can/

Etichette: , , , , ,

mercoledì, aprile 08, 2015

Di balestrucci, rondini, topini & rondoni

Questa mattina, nell'area verde di fronte al laboratorio di Scienze del liceo dove insegno, abbiamo rinvenuto il corpicino (purtroppo) esanime di un giovane balestruccio.
In effetti proprio stamane un primo piccolo contingente di questi simpatici e ciarlieri passeriformi si è fatto notare per i voli acrobatici tra giardino e plesso scolastico.
Insettivoro, appena una quindicina di grammi di peso, il balestruccio è un "cugino" della rondine e, come molte altre specie migratrici, affronta ogni anno due viaggi di ben 4.000 / 6.000 km (...e scusate se è poco!). Da alcuni anni le popolazioni rondini, rondoni, topini e balestrucci sono - complice l'uomo e le sue attività - in lenta ma progressiva rarefazione (in alcuni casi con perdite fino al 30%). Eccovi un recente articolo che tratta di questa problematica.

Probabilmente un mix di fattori (lo sforzo derivante dalla migrazione, le basse temperature dei giorni scorsi, la scarsità di prede e lo stato di salute complessivo) ha determinato la sorte di questo esemplare civitanovese. Che alla fine è diventato occasione, spunto e.... "attore suo malgrado" per parlare in alcune classi di balestrucci & co.
Tutti possiamo, nel nostro piccolo, aiutare questi preziosi "insetticidi naturali": la Lipu, ad esempio, invita a partecipare al censimento annuale dei nidi di balestrucci e rondini. Come fare? Eccovi il link.
E buone osservazioni!

PS: molti si lamentano dello "sporco" che questi animalì possono fare attorno al proprio nido. Si tratta, in verità, di deiezioni che possono essere usate quale ottimo concime per fertilizzare le piante ornamentali. E' sufficiente apporre sotto al nido una tavoletta di legno (si può fissare alla parete ad un altezza ritenuta comoda per la gestione delle deiezioni) e pulirla di tanto in tanto. Semplice no? E se venite a conoscenza di persone intente a distruggere i nidi di queste specie, segnalatelo alle Autorità competenti (Corpo Forestale, Polizia Provinciale, guardie ecologiche, ecc.) perché si tratta di un'azione punita per legge dello Stato (la n. 157 del 1992).

La foto del balestruccio che accompagna questo post è stata presa a solo scopo illustrativo dal web

Etichette: , , , ,

domenica, ottobre 16, 2011

Biodiversamente



L'Italia vanta numerosi primati, alcuni dei quali per fortuna... sono più che positivi!
Uno di questi riguarda la diversità biologica custodita dalle Alpi all'Appennino, passando per isole e aree costiere: con 57.468 specie animali (di cui l'8,6% endemiche, ovvero vivono solo nel nostro Paese), e 12.000 specie di flora (di cui il 13,5% endemiche), l'Italia è il paese europeo più ricco di biodiversità.
Ma attualmente sono a rischio il 68% dei vertebrati terrestri, il 66% degli uccelli, il 64% dei mammiferi, il 76% degli anfibi e addirittura l'88% dei pesci d'acqua dolce, tanto che nei prossimi anni rischiamo di perdere specie come l'orso bruno, la lontra, il capovaccaio, l'aquila del Bonelli o la pernice bianca.

Per conoscere più da vicino i numeri della natura da tutelare, il WWF organizza - in collaborazione con l'Associazione Nazionale Musei Scientifici - la seconda edizione di “Biodiversamente”, il Festival dell’Ecoscienza.
Nell'occasione viene lanciato il bando per due progetti di ricerca dedicati alle specie italiane più preziose e ai servizi naturali che garantiscono: il WWF desidera chiedere l'aiuto di tutti per sostenere la ricerca scientifica per la biodiversità e finanziare specifici progetti e borse di studio.
Il 22 e 23 ottobre, dunque, si rinnova l'appuntamento per un week-end tra scienza e natura.
Ecco gli eventi in programma nelle Marche: http://wwf.it/client/render.aspx?content=0&root=7260#Marche

CAMERINO (MC)
22 e 23 Ottobre
Polo Museale d'Ateneo - Museo di scienze naturali e orto botanico
Piazza dei Costanti
Sabato 22
9.30 “Colori e frutti d’autunno”: escursione guidata in natura
Domenica 23
Apertura del Museo di scienze naturali
Incontro in collaborazione con l’Associazione Sognalibro di San Severino Marche, dedicato alla rivisitazione della Fiaba di Pinocchio riletta attraverso gli occhi del Grillo parlante.
Per maggiori informazioni musnat@unicam.it

GAGLIOLE (MC)
22 Ottobre
Museo di Storia Naturale Fondazione Oppelide
Via Tripoli
Orario di apertura 9.00 – 13.00 e 15.00 – 19.00 . Organizzazione di visite guidate
Per maggiori informazioni: info@museostorianaturalegagliole.it

PESARO
23 Ottobre
Museo del Balì
loc. San Martino, Saltara
Apertura 15.00 - 19.30 con possibilità di visitare le postazioni interattive ed il planetario.
Per maggiori informazioni: info@museodelbali.it

PESARO
23 Ottobre
Museo del Balì
loc. San Martino, Saltara
Apertura 15.00 - 19,30 con possibilità di visitare le postazioni interattive ed il planetario.
Iniziativa a pagamento
Per maggiori informazioni: info@museodelbali.it

Etichette: ,